Trump/Putin: Il palazzinaro, la spia e i destini del mondo

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Marco Follini
Fonte: La Stampa

Trump/Putin: Il palazzinaro, la spia e i destini del mondo

Caro direttore, le sorti del mondo sono largamente affidate a due signori che appaiono segnati, tutti e due, dall’impronta della loro vita di prima. Uno è un immobiliarista, diciamo pure un palazzinaro, che ha passato la maggior parte del suo tempo e costruito la maggior parte della sua fortuna comprando e vendendo edifici e aree fabbricabili. L’altro è un agente segreto, diciamo pure una spia, che scalando i servizi dell’impero sovietico ha imparato a destreggiarsi tra congiure, sospetti, complotti, doppiezze. Non credo che si manchi loro di rispetto osservando che quei trascorsi, forse non sempre così adamantini, devono aver insegnato loro a destreggiarsi mentre salivano a grandi passi la verticale del potere.

Ora, la politica non può essere un mestiere, né uno di quegli ordini professionali dove si pretende di regolare i percorsi all’insegna di logiche troppo corporative. Sono gli elettori a scegliere, e da che mondo è mondo le loro scelte sono state sempre segnate dall’inquietudine, dalla smania di cambiare, dalla diffidenza verso gli addetti ai lavori. E spesso e volentieri sono stati proprio i ranghi della società civile a fornire alla vita pubblica persone e talenti che si sono poi meritati la riconoscenza dei posteri. Dunque non c’è, non ci deve essere, nessuna esclusiva in questo campo.

 

E però c’è un valore che la politica trasmette a chi la coltiva come argomento principale della propria esistenza. Ed è la consapevolezza che anche trovarsi all’opposizione, incassare sconfitte, scendere da cavallo, faticare a guadagnare le luci della ribalta -insomma mangiare un bel po’ di polvere – alla fin fine è uno di quei frangenti della vita che aiutano a crescere. Il professionista di queste cose, il ragazzo che comincia a macinarle quando indossa ancora i calzoni corti il più delle volte, salendo e scendendo lungo la scala del potere, impara che anche i momenti più duri servono a qualcosa. Non tanto perché temprano il carattere. Ma soprattutto perché insegnano quello che il successo a volte induce a dimenticare. E cioè che non ci si afferma mai da soli, né solo in virtù del proprio personalissimo talento.

I grandi leader politici accettano la loro sconfitta, e perfino la loro sparizione, come un doveroso tributo alla loro passione civile. E tante volte si divertono a ingaggiare battaglie di minoranza, perfino di testimonianza. Perché è lì, in quegli angoli bui del loro curriculum, che imparano a migliorarsi. Non è la vittoria la condizione dello stare in campo. È il gusto della partita, della disputa, della controversia, che illumina le loro giornate.

 

So bene che il professionista della vita pubblica risulta quasi sempre una figura antipatica, qualche volta addirittura odiosa. Ma se la sua passione è autentica anche quel suo perseverare ha qualcosa di virtuoso. Quello che invece sembra trapelare dalle cancellerie che oggi contano nel mondo – Washington, Mosca, Pechino – è che conta solo l’affermazione di sé, mentre la dialettica è diventata un fardello ingombrante e fastidioso. Così appunto capita che ad impadronirsi delle leve del potere si avvicendino persone che hanno imparato a scalare le vette più alte senza mai contemplare la possibilità che si possa essere sconfitti o anche solo ricondotti a regole di collegialità un pochino più stringenti.

Già. Ma se la politica viene assimilata a un palazzo che si vende e si compra o a un dossier che si compulsa in gran segreto è piuttosto ovvio che ne discendano conseguenze che portano le cose al di là della possibilità di tenerle sotto controllo. E cioè che il suo carattere verticale, sempre più verticale, finisca per non lasciare spazio a quella antica dialettica che si sforza di cercare le ragioni nel merito delle cose e non nella forza bruta e solitaria che le spinge verso il traguardo.

 

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