Fonte: La Stampa
Trump/Putin: Il palazzinaro, la spia e i destini del mondo
Caro direttore, le sorti del mondo sono largamente affidate a due signori che appaiono segnati, tutti e due, dall’impronta della loro vita di prima. Uno è un immobiliarista, diciamo pure un palazzinaro, che ha passato la maggior parte del suo tempo e costruito la maggior parte della sua fortuna comprando e vendendo edifici e aree fabbricabili. L’altro è un agente segreto, diciamo pure una spia, che scalando i servizi dell’impero sovietico ha imparato a destreggiarsi tra congiure, sospetti, complotti, doppiezze. Non credo che si manchi loro di rispetto osservando che quei trascorsi, forse non sempre così adamantini, devono aver insegnato loro a destreggiarsi mentre salivano a grandi passi la verticale del potere.
Ora, la politica non può essere un mestiere, né uno di quegli ordini professionali dove si pretende di regolare i percorsi all’insegna di logiche troppo corporative. Sono gli elettori a scegliere, e da che mondo è mondo le loro scelte sono state sempre segnate dall’inquietudine, dalla smania di cambiare, dalla diffidenza verso gli addetti ai lavori. E spesso e volentieri sono stati proprio i ranghi della società civile a fornire alla vita pubblica persone e talenti che si sono poi meritati la riconoscenza dei posteri. Dunque non c’è, non ci deve essere, nessuna esclusiva in questo campo.
I grandi leader politici accettano la loro sconfitta, e perfino la loro sparizione, come un doveroso tributo alla loro passione civile. E tante volte si divertono a ingaggiare battaglie di minoranza, perfino di testimonianza. Perché è lì, in quegli angoli bui del loro curriculum, che imparano a migliorarsi. Non è la vittoria la condizione dello stare in campo. È il gusto della partita, della disputa, della controversia, che illumina le loro giornate.
Già. Ma se la politica viene assimilata a un palazzo che si vende e si compra o a un dossier che si compulsa in gran segreto è piuttosto ovvio che ne discendano conseguenze che portano le cose al di là della possibilità di tenerle sotto controllo. E cioè che il suo carattere verticale, sempre più verticale, finisca per non lasciare spazio a quella antica dialettica che si sforza di cercare le ragioni nel merito delle cose e non nella forza bruta e solitaria che le spinge verso il traguardo.