Parole chiave: popolare e populista

per Gabriella
Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti – 29 ottobre 2018

Non è il riferimento secco al ‘popolo’ quello che contraddistingue il ‘popolare’ dal ‘populista’. Ma la contrapposizione (o meno) tra il ‘popolo’ stesso e le élite, le classi dirigenti, i governanti. Se i popolari lavorano a stringere una dialettica e una relazione tra i due termini, i populisti lavorano invece alla contrapposizione secca. Se per i ‘popolari’ la mediazione è tutto, ed è tutto l’articolazione democratica che fa da collante e unisce i diversi segmenti sociali (base ed élite, governati e governanti), per i ‘populisti’ tutto deve invece ridursi al rapporto diretto, stretto, speciale tra il Capo (preso nella sua individualità o quale ‘blocco’ dirigente) e il ‘popolo’ inteso nella sua genericità, indifferenziazione, totalità organica. In ragione di ciò, i populisti scavalcano di netto le istituzioni rappresentative e i soggetti che fanno da ‘ponte’ tra società e Stato, cioè i partiti raccolti in sistema. I ‘popolari’ invece trovano nel complesso di istituzioni democratiche e cittadini la propria linfa vitale.

Una sinistra ‘popolare’ è, dunque, ben diversa da una sinistra ‘populista’. Lo scarto è prodotto proprio dalla diversa considerazione della democrazia rappresentativa. Per i ‘populisti’ la disintermediazione è tutto, e punta allo ‘svuotamento’ dello spazio compreso tra Capo e ‘popolo’, consentendo il dialogo diretto e il diretto ascolto delle esigenze del ‘popolo’, senza traduzioni di sorta o mediazioni. Il ‘popolo’, in questo caso, esprime direttamente bisogni ed esigenze immediate. È ‘sovrano’, manifesta muto i suoi umori, scevera necessità insopprimibili che il Capo deve tradurre in ‘fatti’ costi quel che costi. Per la sinistra ‘popolare’ la direzione è, invece, biunivoca. Il complesso di ‘popolo’, élite, partiti, classe dirigente, articolazioni associative costituisce un concerto entro il quale lo stesso ‘popolo’ costituisce un soggetto essenziale, fondamentale ma non unico. La democrazia, anzi, vive di questa articolazione rappresentativa, e promuove le libertà proprio perché apre lo spazio ai conflitti e al dialogo nel medesimo istante. Cioè rende possibile il pluralismo.

Solo una sinistra ‘popolare’ dunque è in grado di concepire scarti e differenze, e di cogliere nel ‘popolo’ la molteplicità, evitando generalizzazioni e organicismi. Il sistema dei partiti, nel cui gioco si inserisce una sinistra popolare, è quindi un sistema della rappresentanza, una via di accesso ‘multipla’ alla partecipazione organizzata. In questo senso il popolo dei populisti non partecipa ma esprime solo umori (spesso risentiti) a una sorta di capezzale su cui sono i chini i ‘politici’. Il ‘popolo’ dei popolari è invece animato da conflitti, e da un confronto aperto di opinioni e di lotte: questa è propriamente ‘partecipazione’, e non la sola voce (per quanto sovrana e imperiosa) di un soggetto organico, indistinguibile al suo interno e che non sembra conoscere il ‘conflitto’ sociale. Ecco perché all’interno del ‘popolo’ dei popolari si distinguono anche le realtà soggettive che lo compongono (le classi, i ceti, gli individui, i raggruppamenti), mentre quello dei ‘populisti’ è una sorta di blocco organico più che sociale, una categoria mediatica, che al più pratica conflitti con gli ‘altri’ fuori di sé, gli stranieri, i barbari, i diversi, sempre nel nome della nazione e della sua supremazia, contro coloro che vorrebbero privarla dello spazio vitale e comprimerne le esigenze essenziali.

Con i ‘popolari’ il ‘popolo’ è costituente, ma è sovrano nei limiti imposti dalla sua Costituzione. Con i populisti il ‘popolo’ ‘comanda’, o meglio è indotto a credere che lo faccia davvero. Il primo è una parte, per quanto fondamentale, del sistema politico – il secondo è unicamente l’interlocutore extraparlamentare del Capo. Si tratta di due modelli alternativi, forse opposti e nemmeno dialettici. Da cui nascono due sinistre distinte nella teoria e nella prassi. Che ‘organizzano’ attorno a sé anche due ‘popoli’ ben diversi tra loro. L’uno consapevole del contesto storico in cui agisce, della sua differenziazione e articolazione istituzionale e sociale – e che fa tesoro delle sue contraddizioni interne. L’altro pensato in termini astratti, metafisici e utilizzato come un maglio contro le istituzioni democratiche, procurando vantaggi concreti solo al proprio Capo. È qui che si apre davvero un bivio. Qui si deve prendere posizione. E io non ho alcun dubbio su quale sia la strada più giusta da percorrere.

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