MATEMATICA E REALTA’

per Filoteo Nicolini

MATEMATICA E REALTA’

E’ noto che il pensiero scientifico si affida all’esperimento come suo più valido supporto. E ciò rappresenta un cambio radicale con il passato, quando la conoscenza iniziava dalla semplice osservazione della Natura così come si presenta. Si può partire osservando i fatti che la Natura ci presenta, oppure come si fa oggi creando prima le condizioni in cui si svilupperà l’evento, e poi conoscendo tali condizioni osservare i fatti e farne deduzioni. Insieme a questa metodologia, in parallelo si nota la tendenza ad affidarsi alla matematica ed arrivare ai risultati esprimibili in formule matematiche. Ci si sente su un terreno sicuro e familiare introducendo la matematica e le sue formule. Questo sentimento di sicurezza è stato caratteristico del pensiero scientifico e lo è ancora.

Ma non abbiamo una idea chiara delle ragioni che ci fanno sentire nella certezza e al sicuro  con l’approccio matematico alla realtà materiale.

 

Chiediamoci qual’é il significato di questa certezza matematica nel contesto della nostra cognizione. Come si arriva a conoscere le cose applicando la matematica ai fatti del mondo sensoriale? Che cosa distingue questo metodo da altri approcci per trattare i fatti che costituiscono l’esperienza?

Come visto altrove, si parte dagli oggetti e gli eventi del mondo che ci sono dati attraverso i sensi. Dall’infanzia in poi il mondo si presenta come un agglomerato caotico di percezioni. Col passar del tempo cominciamo a costruirci immagini mentali e concetti, e ciò che ci sembra molto distante nell’osservazione lo avviciniamo mediante immagini mentali, lo portiamo per così dire dentro di noi. Con questa attività creiamo nella nostra mente un certo ordine in quello che è altrimenti caotico e incomprensibile.

Guardiamo al modo in cui trattiamo le percezioni quando non facciamo uso della nostra conoscenza matematica. C’è un celebre esempio fatto da David Hume riguardo la ripetuta osservazione del sorgere del sole la mattina. Si osservano gli eventi che si susseguono regolarmente e si forma una immagine mentale. Ma non si può arrivare a dire che il mondo seguirà necessariamente il corso predetto da quella legge. Al massimo, possiamo dire che fino ad oggi siamo stati in grado di vedere sorgere il sole ogni mattina.

Però facendo così non abbiamo altro che una serie regolare di eventi succeduti nel passato, e di cui abbiamo una immagine mentale. Hume dice che è una abitudine mentale raccogliere i fatti in un modo coerente, e dato che noi rispondiamo a questa abitudine dell’anima, creiamo per noi le leggi naturali. Le leggi naturali non sarebbero altro che ciò che è stato messo insieme da abitudini della mente.

Seguendo questo ragionamento fino alle ultime conseguenze, si deve ammettere che tutta la conoscenza ottenuta in questo modo è come una porta chiusa al mondo a noi esterno, perchè non permette all’essenza del mondo di penetrare nella nostra cognizione. Possiamo al massimo sapere che quando una serie di fatti sono successi, quella serie di fatti avverrà una seconda volta in modo simile se gli stessi fatti appaiono di nuovo. Ma fino a quando rimaniamo in questo ambito, non possiamo penetrare nelle apparenze esterne.

Va detto che abbiamo comunque bisogno di questo tipo di abitudini mentali per la salute della nostra mente! Le immagini mentali sono necessarie per noi. Se non fossimo in grado di formare immagini mentali, e volessimo sapere qualcosa del mondo, questo mondo dovrebbe fluire in noi e divenire parte di noi, allo stesso modo in cui beviamo o mangiamo, prima che potessimo saperne qualcosa. Dobbiamo invece dire che nella nostra attività cognitiva niente fluisce nella nostra anima dal mondo esterno, perchè noi solo formiamo immagini e queste immagini nulla hanno a che fare con il mondo esterno. È la stessa situazione dell’artista che dipinge sulla tela un albero che vede là fuori. Naturalmente, il mondo esterno resta completamente indifferente a ciò che l’artista sta dipingendo sulla tela e che ha una certa somiglianza con l’albero reale.

Il quadro è aggiunto, annesso a ciò che è là fuori, è qualcosa che non ha a che fare con la realtà esterna.

Se non fosse separato dal mondo esterno, e dovesse ingerire il contenuto del mondo in un modo simile a quando mangia e beve, l’artista sarebbe uno con esso e incapace di distinguersi da ciò che lo circonda. La sua libertà è garantita dalla sua separazione.

Questo non è così quando conosciamo qualcosa matematicamente, con l’aiuto della geometria, dell’algebra e della matematica superiore. Allora non siamo di fronte al mondo e confrontando il mondo. Viviamo direttamente ed immediatamente con gli oggetti della nostra conoscenza matematica. Formiamo internamente oggetti matematici con le loro connessioni, e quando a volte disegniamo sul foglio queste forme, è solo per la nostra comodità e aiuto alla memoria.

Ciò che chiamiamo matematico non è mai una parte del mondo esterno che percepiamo con i sensi, è sempre qualcosa di costruito interiormente. È qualcosa che vive solo nella parte della nostra vita dell’anima che non si occupa dei sensi in quanto tali. Il contenuto matematico è costruito internamente.

Allora si comincia a capire la differenza. Nel mondo esterno gli oggetti della nostra conoscenza rimangono strettamente fuori di noi. Nella conoscenza matematica stiamo con tutta la nostra anima negli oggetti della nostra conoscenza, e ciò che si osserva come sostanza è il risultato di un’esperienza nella nostra anima di ciò che noi stessi abbiamo costruito.

Abbiamo la tendenza a non lasciare i fatti nella forma in cui essi si presentano a noi, ma piuttosto a tingerli con quello che abbiamo creato con le formule matematiche, in modo da paragonarli e misurarli. Che cosa allora succede quando andiamo in questa direzione, quando non rimaniamo fermi nelle nostre abitudini e rivestiamo i fatti con quello che abbiamo formulato matematicamente nella nostra mente?

E’ chiaro che tutto quanto è osservato nella sua materialità e realtà immediata ed ingenua, ad una mente esigente possa apparire estraneo, alieno. Possiamo allora immergerci in quello che sentiamo come elemento alieno con l’aiuto di ciò che abbiamo costruito come formule matematiche. Ciò che descriviamo in modo matematico si presenta come se ciò che accade in natura accadesse d’accordo con la formula matematica. Alla base di questa percezione c’è il desiderio di unirsi con quello che a prima vista si percepiva come un ambiente estraneo. C’è lo sforzo di sperimentare quello che si presenta esternamente ai sensi in un modo certo ed esatto internamente.

Questa internalizzazione del mondo esterno con il desiderio di esattezza è ciò che motiva la spiegazione matematica dei fenomeni, che si è estesa enormemente nella direzione della tecnologia.  Si procede così in modo da comprendere razionalmente quello che è percepito, ma facendo così si  rafforza l’impressione, stavo per dire suggestione, che quanto accade fuori si sviluppi nel modo che è stato ritratto e ci offra la realtà completa.

Che cosa realmente abbiamo tra le mani quando questo ideale di conoscenza si afferma come per esempio nel campo dell’ottica e della teoria della luce? Che cosa sente la nostra anima quando una somma di formule ci viene proposta invece della semplice esperienza esterna? Guardiamo questo edificio che i sensi ci offrono e troviamo nuovamente qualcosa di estraneo,  e la speranza riposta nella matematica ci restituisce un mondo esterno che non contiene più la realtà ingenua dalla quale eravamo partiti.

Prendiamo per esempio i fenomeni luminosi così come si presentano ai nostri occhi. Quando guardiamo la farfalla con i suoi colori luccicanti, la vediamo svolazzare nell’aria, nell’aria inondata di luce, irradiata di luce. Il Sole ha il dono di diffondere la luce. Il Sole attraverso la sua luce può suscitare ciò che è ardente, scintillante. Se si vedono le cose con giustizia, nulla rimane dell’abbondanza e bellezza dei colori in ciò che è costruito come descrizione matematica. Ogni cosa che i nostri sensi ci offrono durante una amena passeggiata su un prato e nei boschi è stata eliminata da quello che ci offre l’immagine matematica. Essa ha smarrito la realtà, ha smarrito l’enorme abbondanza della vita luminosa che esiste là fuori.

Eppure possiamo immaginare l’intima soddisfazione interiore di Huygens, Fresnel e Maxwell per le loro teorie capaci di descrivere in maniera matematicamente complessa un gran numero di fenomeni.

Il processo dunque consiste in due stadi. Nel primo abbiamo i fatti empirici della luce. Nel secondo l’arrangiamento dei fenomeni in formule matematiche. Ne risulta una esperienza di formulazione matematica. Non più vediamo il mondo empirico dei fenomeni così come si presenta all’esperienza dei sensi.

Una ultima considerazione. Il processo può essere paragonato alla nostra respirazione: quando inaliamo ossigeno che sostiene la vita e saturiamo il nostro organismo. L’ossigeno si combina col carbonio ed esaliamo anidride carbonica, non più adatta alla nostra vita. L’intero processo è comunque necessario per la nostra vita globale.

Similmente, quello che i nostri sensi ci danno cerchiamo di unirlo intimamente con qualcosa che produciamo noi stessi con la costruzione matematica. Sentiamo che qualcosa si crea da questa unione. Però la Natura non è contenuta in quello che si è così creato, la qualità della Natura non è più lì, proprio come la forza vitale non è più nell’aria che esaliamo.

In una prima provvisoria conclusione, l’aspirazione alla spiegazione matematica dei fenomeni naturali è basata sul desiderio di assumere per così dire il dominio interno del mondo esterno, e con ciò si ottiene qualcosa che è completamente differente dal contenuto dell’esperienza sensibile.

Abbiamo almeno una idea chiara delle ragioni che ci fanno sentire comunque nella certezza e al sicuro  con l’approccio matematico alla realtà materiale. Possiamo aspirare a una uguale certezza nella scienza che si occupa di assunti spirituali?

 

FILOTEO NICOLINI

Studio basato sull’Antroposofia di Rudolf Steiner

 

 

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