L’umanità di Pietro Ingrao

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti 27 settembre 2016

Pietro Ingrao fu un grande dirigente politico, un uomo delle istituzioni, un comunista italiano, un intellettuale, un poeta. E molti oggi ne parleranno soprattutto in questi termini, ossia nelle sua veste pubblica e nel contributo che ha dato alla storia e alla vicenda del ‘movimento operario italiano’ (così si diceva una volta, e così piace dire a me ancor oggi) e della cultura italiana nella sua interezza, non solo di quella a cui batte il cuore a sinistra. A me, invece, piace ricordarlo nella sua umanità, a partire dalle numerose testimonianze offerte dalla sua famiglia e, in particolare, dalle bellissime foto che Celeste Ingrao ha pubblicato oggi sulla sua pagina facebook. In quelle foto c’è l’Ingrao padre, nonno, bisnonno. C’è l’uomo giovane, forte e poi quello più maturo, anziano, e poi ‘vecchissimo’, addirittura centenario. Ci sono le generazioni, c’è l’umanità, ci sono gli affetti che filtrano di anno in anno, e che tracimano dai più anziani ai più giovani, come un fiume inarrestabile. Ci sono i sorrisi, gli abbracci, i legami. C’è un mondo che trasuda di esistenze incrociate, cementate nel tempo dai sentimenti.

Ecco, questo mondo privato, questo mondo di affetti e di legami, era il mondo di un comunista italiano. Era la vita di Pietro come marito, padre, nonno. Fatemi dire. Dipingevano i comunisti come orsi siberiani, come biechi funzionari, come portaordini di Mosca, come guardie rosse pronte a sacrificare tutto pur di fare gli interessi del partito. Ma non era così, era solo propaganda che oggi fa sorridere, ma che allora pesava nella discussione pubblica. E invece quegli affetti e quella vita privata erano un bagaglio importante di chi faceva politica in anni difficili, complicati, controversi, di frontiera. Anni in cui non esistevano le carriere facili, non si rottamavano i maestri, bisognava studiare-studiare-studiare, e il carico di umanità era indispensabile, altro che rottamazione, altro che frasi a effetto in TV, altro che photo-opportunity. Anni in cui i sentimenti erano veri, importanti, decisivi, cementavano mondi politici e partiti. E stringevano le esistenze ben oltre i voti di fiducia, i patti, le strizzate d’occhio, i piccoli calcoli di convenienza, che oggi invece stanno divorando l’anima della classe politica e le istituzioni quasi per intero.

Di un uomo restano gli atti che ha compiuto, le sue scelte, il suo destino, le sua qualità e il contributo che ha dato alla storia collettiva, di piccole e grandi comunità. Ma soprattutto restano gli affetti che ha seminato nel corso dei suoi anni. La rete di umanità che ha costruito. Siamo donne e uomini, in fondo, nella vita che siamo stati capaci di produrre, nei sogni che abbiamo alimentato, nel modello che siamo stati, negli esempi che abbiamo dato, nella capacità di occupare i cuori altrui con pensieri e sentimenti alti e forti. Mi rattrista, invece, lo spettacolo della politica oggi. Non solo per i piccoli e grandi opportunismi, non solo perché è ridotta quasi a nulla, a calcolo, a convenienza, a commercio. No. Mi rattrista perché questa onda sentimentale, questa marea di passioni per cui si stava orgogliosamente, convintamente dalla parte della gente comune invece dei potenti, degli ultimi invece che dei primi, non c’è più, o almeno non è più rappresentata adeguatamente. Mi rattrista l’idea che poco resterà nell’anima di chi verrà dopo di noi, se non l’idea che si debba essere vincenti, vittoriosi, primi, competitivi, duri, persino strafottenti. È troppo poco per trasformare davvero il mondo, rimettendolo sulle gambe della giustizia sociale. Ed è troppo poco, rispetto all’insegnamento, all’esempio, al carico di umanità che grandi e indimenticabili dirigenti politici italiani come Pietro Ingrao ci hanno lasciato quale loro viva eredità. Che oggi pesa, e che altri stanno scioccamente dilapidando.

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