di Nicola Boidi.
Il neoliberismo, inteso come ideologia totalitaria che abbraccia tutti i campi del vivere umano, e di converso della natura ambiente, ha conosciuto negli ultimi anni un «salto di qualità», ha tentato un vero e proprio «salto quantico», tanto nella teoria che nella prassi. Ciò è avvenuto con un investimento, un attacco concentrico, al mondo del lavoro, e dunque dell’economia, al mondo della sanità pubblica e dunque della salute fisica delle persone , e al mondo della scuola pubblica e dunque della salute mentale , e della formazione delle coscienze critiche.
In realtà già da tempo il mondo dell’economia era sotto attacco, da almeno 15 anni, attraverso gli indirizzi dati dalle politiche economiche, sopratutto in Europa; ugualmente il mondo della scuola pubblica era sottoposto a pressione e manipolazione , oltre che dalle politiche d’ orientamento delle istituzioni politiche , dal mondo dei mass media, del main stream, così come dal «metaverso» della rete informatica ( internet, pc e smartphone) ; a sua volta il mondo della sanità pubblica era fatto oggetto, in particolare in Italia,del regime di austerità economico-finanziaria del modello ordoliberista europeo, e in particolare di una «dieta dimagrante », di un taglio delle spese e dei finanziamenti che, nel giro di un decennio, sono stati decurtati di ben 37 miliardi di euro.
Abbiamo imparato a conoscere il modus operandi del neoliberismo, come costante oscillazione tra sua progressione mascherata da «progresso e risanamento » della società e della politica degli Stati nazionali, in vista di un presunto miglioramento della struttura democratica degli stessi, e palesi stati di emergenza o di eccezione( emergenza geopolitica terroristica post 11 settembre 2001, emergenza economico finanziaria da crisi da SubPrime 2008) a cui gli Stati stessi sono chiamati a rispondere mettendo tra parentesi la loro natura democratica, dietro la giustificazione dell’eccezionalità degli eventi.
Il salto di qualità di tale processo neoliberista è però avvenuto con la cosiddetta crisi pandemica da Virus respiratorio Sars 2 Covid 19 del 2020 e anni successivi, e in particolare con la gestione di tale crisi da parte delle autorità politiche. Parliamo di «cosiddetta» crisi pandemica perchè sull’origine, la natura , la reale entità e le modalità di contrasto al virus respiratorio Covid molti dubbi e contraddizioni sono emerse rispetto alla narrazione ufficiale e alla sua relativa gestione da parte delle «autorità costituite» : governi, ministeri della salute, istituzioni ed enti sanitari, ordini dei medici , istituzioni ospedaliere e da buon ultimo dalla informazione e comunicazione veicolata dai media.
Sia sulle dimensioni e sulla reale gravità del contagio i dati forniti inizialmente si sono rivelati infondati e si è stati costretti da parte degli enti preposti e dai mezzi di comunicazione a correggerli al ribasso; così si sono modificate le linee guida del contrasto al morbo, ammettendo che la clausura e il confinamento securitario d’intere popolazioni non erano le modalità nè più appropriate dal punto di vista di prevenzione del contagio, nè adeguate all’aspirazione alla conservazione di un regime politico che si volesse definire democratico.
L’unica forma di terapia considerata valida, cioè ammessa per via «ministeriale » per prevenire la diffusione ulteriore del virus a partire dal 2021 , ossia la vaccinazione di massa della popolazione con vaccini «inediti» basati su tecnologie «avanzate» , sperimentali , derivati da ricerche del campo delle biotecnologie, in cui a studi genetici sul funzionamento del Genoma umano, ( Il Dna delle cellule ) si sono unite applicazioni derivate dal campo dell’informatica e dell’intelligenza artificiale, ha aperto un nuovo capitolo sull’opportunità e verificabilità sperimentale degli effetti di tale manipolazione biotecnologica , effetti sotto forma di nuovi farmaci da inoculare nell’organismo umano.
Presunti vaccini a MRNA messaggero, preparati e sperimentati in laboratorio in pochi mesi (mentre per ogni vaccino precedente la fase di elaborazione e sperimentazione richiedeva in media un certo numero di anni) sono stati presentati e proposti come risultati prodigiosi del progresso della scienza . L’esito dei fatti ( diverse dosi di vaccinazione inoculate a miliardi di persone) sembra sempre di meno mantenere queste promesse, con scarsa efficacia nella prevenzione dal contagio e sopratutto pericoli emergenti, in sempre più pazienti «trattati» , di effetti collaterali da miocarditi, ictus, cancerogenità e malattie auto immuni ( la censura delle notizie fornite dagli enti preposti e dai media, riesce sempre meno a nascondere il numero delle persone colpite anche in modo letale ).
Di fronte a questo scenario spaventoso dal punto di vista sanitario, politico, mediatico ed economico, una sola cosa è certa : qualcuno , come sempre nelle situazioni di gravi crisi, ci ha guadagnato sopra. Ci hanno guadagnato le aziende produttrici di dispositivi di sicurezza per la prevenzione della diffusione del virus ( mascherine, guanti, tamponi , maschere autorespiratorie, etc.) ; ci hanno guadagnato le aziende della High tech, della rete informatica ( per il commercio on line, o per il semplice utilizzo della rete) e ci hanno guadagnato le multinazionali del farmaco(le Big Pharma , Phizer, Moderna ; Johnson ) dal momento delle inoculazioni autorizzate dalle agenzie istituzionali del farmaco (OMS, FDA, EMA, AIFA, etc.) dei nuovi vaccini Anticovid , con fatturati e utili del giro di decine di miliardi di dollari o di Euro. Alla luce di questi dati di fatto registrati si può affermare che una reale distopia ( utopia negativa) neo liberista si concretizza mentre ideologi, fautori e propugnatori di tale ideologia la mascherano, la contrabbandano da utopia sanitaria, ecologica, socioeconomica.
Tra gli ideologi di tale utopia è senz’altro annoverabile l’ingegnere ed economista tedesco Klaus Schawb, autore di diversi saggi sul tema, nonchè fondatore e gran cerimoniere del World Economic Forum di Davos, consesso dei potenti della terra, che si riunisce regolarmente ogni anno nella cittadina svizzera. A questo consesso partecipano i grandi magnati ( grandi banchieri e finanzieri, amministratori delegati delle multinazionali, capi di governo e rappresentati politici di Stati, intellettuali, giornalisti) per celebrare e confermare e dare orientamenti al governo neoliberale in atto nel pianeta( o almeno nel suo emisfero occidentale) . Klaus Schawb , insieme ad altri, si presenta come ideologo del neoliberismo e dei suoi progetti a breve, medio e lungo termine, sorte di utopie presentate come positive, ma che, viste in filigrana, presentano acute contraddizioni e lati oscuri e minacciosi.
Tra i suoi saggi più famosi campeggia senz’altro Covid 19: The Great Reset , 2020, Stake holder capitalism, 2021, La grande narrazione , 2022.
Questi saggi erano a loro volta stati preceduti da : La quarta Rivoluzione industriale 2016, e Governare la quarta rivoluzione industriale , 2019 .
Il tema trattato da Schawb che subito colpisce è quello del Grande Reset. Il grande Reset per Schawb è l’occasione offerta dalla crisi sanitaria per una grande revisione o addirittura un azzeramento dello status quo del sistema sociale, economico, culturale e politico in atto.
Il regime securitario, da «cordone sanitario », apprestato per fronteggiare l’emergenza sanitaria verrebbe considerata dall’autore come il potenziale pretesto per una pianificazione di un futuro della società umana molto più tecnologico dello status quo, una rivoluzione che coinvolgerebbe la sfera educativa , antropologica, sociale, economica e politica e che si rivolgerebbe ad ogni individuo.
Viene raffigurato un futuro di connettività digitale tra casa, scuola, ospedali e palestre, che , se ritenuto necessario dalle istituzioni politiche, potrà diventare anche un nuovo modello di carcere. Tendenze già in atto, con la «segregazione securitaria pandemica » potranno ricevere un’enorme accelerazione. Il Grande Reset sarebbe innanzitutto quello del capitalismo , basato su un nuovo ordine in cui, a giudizio di Schawb, avverrebbe una ridistribuzione della ricchezza dai ricchi verso i poveri senza precedenti, un processo equo ed eco-sostenibile.
La pandemia avrebbe il merito di restituire potere agli Stati e ai loro governi centrali. Secondo Schawb s’imporrà un modello cinese che su ispirazione del confucianesimo anteporrebbe il senso del dovere e della solidarietà intragenerazionale sui diritti individuali . Il rispetto di regole comuni e di una conseguente rete di sorveglianza globale sarà il parto benvenuto di questo processo. La tecnologia e il digitale, in particolare, saranno gli strumenti per ottenere ciò. Il progetto del Grande Reset è visto, in una visione profetica, come una sorta di palingenesi dell’umanità da un capitalismo malato.
Si può immaginare uno sviluppo del genere? Si affermerà davvero un modello economico che garantirà equità e sostenibilità, sulle ali delle innovazioni tecnologiche digitali ?
Il fatto stesso che come potenziali protagonisti di questo rivoluzionamento copernicano dell’economia, della società e della politica Schawb indichi quegli stessi soggetti che hanno ammalorato, degradato e degenerato il sistema che ci ha portati fin qui , suscita diverse perplessità e interrogativi. In questa annunciata palingenesi o rifondazione della condizione data, le Corporations dei principali mercati mondiali e i potentati finanziari dovrebbero mutate pelle , da squali e predatori dell’economia potrebbero trasformarsi in stakeholders ,«portatori d’interessi» sociali , economici e ambientali collettivi, cioè in una sorta di tedofori che portano avanti la fiaccola della riforma dell’umanità , dopo che hanno trasformato il pianeta in una sorta di farwest mercatistico. Accanto al proverbio romanesco che dice «chi agnello se fa il lupo se lo magna», verrebbe avvalorata l’immagine alternativa del lupo che si traveste da agnello.
Se vogliamo si può richiamare qui , per accostamento, la figura romanzesca manzoniana dell’Innominato , che per la sua famigerata malvagità non poteva essere nominato per nome e cognome, che in una profonda crisi spirituale si pente dei suoi crimini e si converte alla beneficenza nei confronti del prossimo, come una sorta di penitenza e riscatto personale.
Il modello dello stakeholder capitalism si contrapporrebbe all’altro modello , lo shareolder capitalism( il capitalismo che valorizza al massimo grado l’investimento dell’azionista) e comprenderebbe due sottogruppi : uno interno alle grandi aziende– azionisti, managers, dipendenti– e uno ad esse esterno ., potenzialmente sterminato: fornitori, clienti, finanziatori,creditori, autorità statuali, comunità locali, residenti di aree limitrofe, gruppo esterno che può estendersi all’infinito grazie alla globalizzazione e allo sviluppo tecnologico.
Il capitalismo dello stakeholder vorrebbe riversare sui portatori d’interessi sociali una parte dei benefici economici delle aziende. Si vorrebbe tentare una conciliazione tra il livello di competitività dell’azienda e la «concatenazione » del valore esterno all’azienda: garantire le esigenze dei lavoratori e adeguare l’impresa alle politiche pubbliche.
Questa visione giustificherebbe il richiamo nostalgico alla teoria economica di Adam Smith ( ma non a Keynes naturalmente) e l’affermazione dell’economista Stiglitz per cui una volta preso atto del fallimento del neoliberismo: «un programma progressista di riforme capitalistiche è la nostra migliore possibilità».
In questo progetto del Grande Reset i turbocapitalisti vengono investiti del compito di intercettare i bisogni dei cittadini e offrire la risposta alle sfide sociali e ambientali del futuro. Da squali dell’economia a benefattori del mondo, da misantropi che considerano l’uomo “un cancro per il pianeta” a causa della sua impronta ecologica, a filantropi: si consegnerebbe il futuro dell’umanità alla progettazione e azione di quelli che si sono nel recente passato proclamati the masters of universe.
Vediamo come Klaus Schawb precisa il suo disegno utopistico( o distopico?) .
Dunque nella concezione di Schawb le mega aziende , le uniche che rimarranno sul mercato in seguito alla «distruzione creativa» delle piccole e medie imprese, una volta indossato l’abito di stakeholders , non dovranno cambiare i loro obbiettivi di profitto in scopi etici e sociali, ossia non danneggeranno o diminuiranno i loro profitti, ma semplicemente agiranno in accordo con ordini sovranazionali, aderendo a una visione neoecologista, multiculturalista, su una base d’innovazione tecnologica. Il dato evidente che siano diventati padroni del mondo e della ricchezza globale , non dovrebbe essere interrogato in chiave critica, interpretato come il male da combattere di per sè , ma come un presunto status sociale d’intelligenza e moralità superiore, che legittima il passaggio a un nuovo ruolo di filantropi preoccupati della sorte dell’umanità.
Il progetto del Grande Reset si presenterebbe come incrementazione e accelerazione dei processi di lavoro in rete, a distanza, delle piattaforme digitali. La nuova normalità post covid si baserà sul lavoro agile( smart) e sulla riqualificazione delle competenze; partendo dalla regressione economica come dato di fatto oggettivo dei lockdown da Covid , dalla clausura sanitaria, attraverso il concetto «magico» di «resilienza», verrà portata avanti la strategia di lavoro della gig economy, l’«economia dei lavoretti», incentrati sopratutto sul campo della distribuzione, della logistica e dei servizi digitali.
Una vera e propria Carta del Lavoro dovrà , secondo i documenti manifesto di Davos, riformare le modalità lavorative, i luoghi di lavoro e il personale dipendente.
La pandemia viene in quei saggi/ documenti sempre valutata in chiave positiva, come un ‘occasione irripetibile per introdurre innovazioni tecnologiche e socio-istituzionali rivoluzionarie, che aprano allo sviluppo di nuovi mercati, e al contempo portino ad estinzione comparti economici e strutture sociali considerate obsolete.
Quali sono questi nuovi mercati? I veicoli elettrici, , l’idrogeno, gli antivirali( vaccini) i big data informatici, i servizi finanziari digitali, la riqualificazione del personale continua, nuovi antibiotici, geni e sequenze di Dna( terapie geniche sperimentali) . L’intelligenza artificiale e le biotecnologie vengono identificate con la Quarta rivoluzione industriale , con la nuova tecnologia ad uso generale dopo il vapore, l’elettricità, e le energie rinnovabili, protagonista di un rivoluzionamento del lavoro e delle conoscenze.
Il mercato di tale tecnologia è ancora, nonostante le sue applicazioni già presenti, in una fase primordiale ed è destinata a crescere. Viene affermata la tesi di fondo che le pandemie accompagneranno la nuova normalità, nonostante storicamente siano eventi isolati e passeggeri, sopratutto nell’era moderna.
Così nel caso del Covid 19 , per la terapia di massa dei nuovi cosiddetti vaccini a MRNA messaggero, si è costituita una sinergia tra autorità sovranazionali (UE) , governi, BIGPharma , istituzioni sanitarie nazionali e sovranazionali ( OMS, FDA, EMA, AIFA, etc.) e altri settori della medicina( ordini professionali dei medici) . Questo cartello orienta la nuova futura frontiera della ricerca medica ( frontiera già in atto con l’autorizzazione e la semi-imposizione legalizzata, autoritaria , dei vaccini a MRNA) verso le terapie genetiche e la manipolazione del DNA delle cellule, con possibili diffuse applicazioni, in elaborazione e archiviazione di dati, a nuovi farmaci e tecnologie sanitarie.
Nel campo della genomica si è così costituito una sorta di mercato aperto per i geni e le sequenze di DNA in seguito allo sviluppo di semiconduttori e di software da parte di alcuni laboratori di ricerca in biologia sintetica. Allo stesso tempo le proprietà genetiche vengono codificate come proprietà privata attraverso brevetti, copyright e segreti commerciali. Se un valore economico sarà attribuito dalle società ai geni e alle sequenze del DNA , ciò aprirà nuovi mercati per il loro scambio commerciale ( i mercati dei nuovi farmaci).
Altro mercato cruciale sarà quello dei big data, o dati d’informazione di massa. Secondo gli analisti del World Economic Forum di Davos troppi dati generati tramite la rete rimangono inerti.
Il WEF ha mappato le potenzialità dei rispettivi Stati sulla capacità di sviluppare questi nuovi mercati della genetica applicata e dell’informatica, sia in innovazione tecnologica che nell’indirizzo generale del governo politico , come sua capacità di adattamento anche legislativo ai cambiamenti in atto e alla stabilità politica. Legata al mondo della rete già un’altra politica si sta affacciando in questi ultimi anni: l’imposizione di un maggior controllo sui contenuti informativi e audiovisivi che circolano in rete, un controllo mirato a censurare i contenuti giudicati non scientifici, ossia discordanti, ad es., dalla opinione prevalente dei virologi e dei media sul tema sanitario.
Eric Schmidt , già amministratore delegato di Google, e ora acquirente e controllore di Youtube, ritiene che nei prossimi anni nuove regole per la gestione dei social saranno inevitabili, a causa del proliferare della disinformazione ( le cosidette fake news) e della radicalizzazione polare delle ideologie. La censura dovrà aumentare.
La scrittrice statunitense Shoshana Zuboff osserva che le nostre navigazioni su internet e i nostri messaggi postati sui social network vengono utilizzati dai gestori della rete per creare un profilo commerciale capace di indirizzare le nostre scelte di consumatori.
Zuboff parla di un vero e proprio «capitalismo della sorveglianza » che realizza «un espropriazione dei diritti umani fondamentali che proviene dall’alto: la sovversione della sovranità del popolo» che deriva dall’uso strumentale della democrazia e dalla connivenza della politica. Oggetto del nuovo potere è il controllo sociale da parte dello Stato.
Il progetto del Grande Reset, che confonde distopia e utopia, si nutre della prospettiva della cosiddetta Quarta rivoluzione industriale, fondata sulla sinergia tra biogenetica e cibernetica, che apre agli scenari della robotizzazione della maggioranza delle funzioni e dei lavori, alla realizzazione della migliore interazione tra uomo e macchina, a fare diventare tutt’uno il mondo digitale e quello reale.
Schawb , nei due saggi intitolati per l’appunto La Quarta Rivoluzione industriale e Governare la quarta rivoluzione industriale , parla di vero e proprio passaggio epocale capace di modificare non solo le abilità percettive e organizzative ( razional strumentali) dell’uomo ma persino i suoi comportamenti. Quello che lui chiama quarta rivoluzione industriale consisterà, a suo dire, di un mutamento della stessa natura umana, un mutamento antropologico, dato da un processo innovativo di combinazione tra tecnologie informatiche e tecnologie biologiche. Le tecnologie in questo nuovo paradigma non saranno più considerate come agenti esterni o estranei all’uomo, nè come meri strumenti al suo servizio. Al contrario esse s’interconnetteranno e influenzeranno le nostre esistenze, o apertamente o in modo subdolo. Campi come la robotica, l’intelligenza artificiale, l’internet delle cose, i veicoli autonomi, la stampa 3-d, la nano-tecnologia, la biotecnologia, saranno lo scenario che ci si prospetta. In questa visione sarà possibile una simbiosi tra i microrganismi( batteri e virus?) , i nostri corpi , i prodotti di consumo e gli edifici in cui abitiamo.
Il confine tra il mondo fisico e quello digitale diventerà impalpabile. Il mito che si sbandiera è quello dell’uomo potenziato, con capacità fisiche , intellettuali e creative superiori a quelle innate o naturali: si affaccia così il «transumanesimo».
La quarta rivoluzione industriale , nella visione di Schwab, sarebbe l’approdo naturale di quel lungo cammino di progresso economico e tecnologico avviato alla fine del settecento. La prima rivoluzione industriale,infatti, avvenne tra fine settecento e inizio ottocento, con l’utilizzo del vapore , la creazione della nuova industria tessile e degli stabilimenti meccanizzati. Seguì la sostituzione del lavoro eseguiti nelle singole case dei tessitori con il loro raggruppamento in un unico luogo chiamato fabbrica.
La seconda rivoluzione industriale si presentò agli inizi del novecento grazie all’energia elettrica. Ford perfezionò la catena di montaggio per le sue automobili aprendo la strada alla produzione di massa, al cosiddetto modello fordista. La terza rivoluzione industriale, che per taluni è tutt’ora in corso , vide, a partire dal secondo novecento, l’avvento della innovazione tecnologica e della digitalizzazione dei metodi produttivi. Le nuove tecnologie hanno portato alla produzione di oggetti personalizzati che hanno soddisfatto le richieste dei singoli acquirenti. La rivoluzione informatica è stata in tal senso decisiva. S’introdusse l’uso di nuovi materiali più leggeri, resistenti e duraturi , quali la fibra di carbonio, le nanotecnologie e altri sistemi capaci di sfruttare la genetica per creare molecole o microrganismi ( batteri e virus?) per aumentare l’autonomia delle batterie. Una rivoluzione industriale basata su tre fondamenti: 1) digitalizzazione delle tecnologie 2) una produzione più dimensionata o agile capace di minimizzare gli sprechi; 3) e la fabbrica automatizzata integrata.
L’economista Rifkin concepisce come fondamento della terza rivoluzione industriale anche il passaggio dai combustibili fossili in via di esaurimento alle fonti di energia rinnovabili , con conseguente rinnovamento delle tecnologie annesse.
Secondo Rifkin la terza rivoluzione industriale avrebbe in particolare 5 fondamenti : 1) le energie rinnovabili; 2) la conversione degli edifici in centrali produttive, 3) l’utilizzo dell’idrogeno e di altre tecnologie per immagazzinare energia, 4) l’adozione di tecnologia smart grid o rete intelligente, 5) il passaggio a mezzi di trasporto non più alimentati da combustibili fossili( petrolio e gas, o in precedenza a carbone). Una rivoluzione ecologica in cui attraverso la digitalizzazione informatica confluiscono internet della comunicazione, internet dell’energia e internet dei trasporti e della logistica.
Per Rifkin la terza rivoluzione industriale è ancora in divenire, non si è ancora totalmente attuata nelle sue potenzialità e richiederà a questo scopo ancora del tempo,proprio perché essa richiede, per il suo compimento, la confluenza di tali processi, attraverso nuove forme d’impresa più collaborative e reticolari.
Per Schawb invece ci troveremmo già in una fase successiva, in un ‘altra epoca storica, determinata da un’ evoluzione non più lineare ma esponenziale, l’epoca del cybersistema , in cui, in un intreccio stretto, interagiscono e s’integrano nuove tecnologie, tra sfera fisica, digitale e biologica.
Però è un dato di fatto che la crisi sanitaria da Covid, e poi la campagna vaccinale di massa, hanno dato una spinta all’affermazione di questi nuovi modelli. Lo smart working, l’insegnamento a distanza, l’acquisto di beni di consumo non più nei negozi ma tramite la richiesta on line, e infine il «consenso informato » a diventare cavie da esperimento terapeutico, tutto questo ha preannunciato lo scenario futuro di una «nuova normalità».
Si prospetta una riorganizzazione economica e sociale del lavoro scissa dalla dimensione sociale, relazionale dell’uomo. In questa visione viene idealizzata la possibilità di sfruttare la condizione coatta da segregazione securitaria sanitaria per diventare «imprenditori di sè stessi», self made man.
Viene sottaciuto o dimenticato il fatto che la presunta chanche di emanciparsi dallo sfruttamento del lavoro sarebbe del tutto illusoria, dato che il lavoro precarizzato e atomizzato della cosiddetta gig economy( «l’economia dei lavoretti») ,in questo contesto si scontrerà inevitabilmente con la crisi permanente della domanda, e questo sarà determinante sulle prospettive di successo imprenditoriale, in un contesto in cui , dal lato dell’offerta, la concorrenza e l’innovazione dal basso sono soffocate dai monopoli settoriali delle multinazionali.
La gig economy dei lavori a chiamata si era già diffusa capillarmente a partire dalla crisi economica finanziaria del 2008, con una moltitudine di persone che cercavano opportunità occupazionali offerte da siti , app e piattaforme web, una fase spinta della precarizzazione neoliberista del lavoro. In questo modello la rete diventava la grande fabbrica e le piattaforme digitali i nuovi mezzi di produzione,una rappresentazione che mascherava una nuova forma di sfruttamento del lavoratore. Qui il datore di lavoro diventa la piattaforma, la cui proprietà però non è nè del lavoratore nè della collettività( dello Stato) , ma appartiene a un padrone invisibile che ricava profitto da milioni d’individui che gravitano intorno ad un algoritmo( script), con l’illusione di essere indipendenti. I capitalisti sono diventati invisibili, già prima con l’economia finanziaria, ed ora con l’high tech.
Il lavoratore di questo settore, nella sua illusione di essere libero e autonomo imprenditore di sè stesso , mostra di aver perso ogni coscienza di classe e insieme ad essa del concetto di società classista, avendo tagliato ogni legame con la tradizione culturale ed intellettuale che metteva a nudo queste strutture soggiacenti. Al contrario oggi, per lo più, il singolo lavoratore in rete si identifica con la classe dei capitalisti.
In generale l’ideologia neoliberista considera le piccole imprese come il suo nemico( come dichiarava il manifesto del Gruppo dei trenta , manifesto pubblicato a fine 2020, controfirmato da Mario Draghi, il cui messaggio principale era la constatazione della necessità di una «distruzione creativa» del sistema delle PMI) . L’Italia aveva un tessuto di piccole e medie imprese pari , dati 2019, al 92% delle imprese, con l’82% dei lavoratori, con un fatturato complessivo di oltre 2000 miliardi. Una varietà di campi e settori produttivi, in alcuni casi di eccellenze nazionali, frutto di tradizione ed esperienza. Tutto questo resisteva alle grandi catene delle multinazionali. Queste realtà vengono tacciate da tempo di nanismo e la loro dimensione considerata un ostacolo all’aumento di produttività e all’innovazione della nostra economia.
La serrata da Covid ha comportato in Italia una falcidia di queste micro, piccole e medie imprese; lo stesso fenomeno si sta ripetendo con l’attuale crisi energetica e salita dell’inflazione dei beni primari al consumo. All’inizio dell’autunno 2020 , dati Conferesercenti, 90.000 imprese italiane , tra hotel, bed and breakfast e , negozi, bar, ristoranti, avevano chiuso, mentre erano a rischio altre 600.000. Mezzo milione di imprese erano pronte a tagliare i posti di lavoro. ( Sappiamo poi che il pil italiano ha perso il 10 % in quell’anno, con un rimbalzo nel 2021 del + 6% ).
A perdere maggiormente sono stati i redditi da lavoro autonomo e da lavoro dipendente privato( flessioni del 13% e rispettivamente del 11%, -40 miliardi e -62 miliardi, in totale oltre 100 miliardi di euro) .
Già dopo il 2008 gli esercizi commerciali tendevano a chiudere, mentre gli acquisti in rete in soli 10 anni erano già raddoppiati. Negli anni precedenti il lockdown da Covid, in Italia la crescita maggiore di attività o imprese era avvenuta nel settore della ristorazione, sopratutto da parte di giovani, e proprio loro sono stati messi in ginocchio. Il rimbalzo del Pil nei due anni successivi non ha sanato completamente questa situazione.
Come suo dirsi, in queste situazioni «vince sempre il banco»: l’economia digitale dei colossi del Web( Amazon, Microsoft, Tesla, la piattaforma Zoom , la cinese Tencent) su quella reale, i giganti della finanza , della farmaceutica o delle industrie energivore sui piccoli, i ricchi sui poveri, con una disuguaglianza ormai intollerabile.
Nonostante l’evidenza dei fenomeni in atto, l’ingegnere Schawb, nella sua Quarta rivoluzione industriale, oscilla tra preoccupazione e ottimismo ad oltranza per la società del prossimo futuro. La preoccupazione manifestata dall’ingegnere tedesco è per la possibilità che la rivoluzione tecnologica digitale e biomedica auspicata potrebbe acuire la disuguaglianza tra ricchi e poveri e destabilizzare i mercati del lavoro esistenti.
La sostituzione del lavoro nelle sue forme tradizionali con l’automazione potrebbe esasperare il divario tra profitto e salari. Il digital divide ( la divisione digitale ), cioè l’aumento della disuguaglianza diffusa tra chi lavora a bassa qualificazione e bassa retribuzione e chi lavora ad alta qualificazione tecnologica e retribuzione, è destinata a caratterizzare sempre di più un mondo in cui la ricchezza si concentra sempre di più e la povertà si diffonde sempre di più. Però subito dopo Schawb prospetta la possibilità utopica che lo spostamento dei lavoratori mediante la tecnologia si tradurrà in un aumento netto di posti di lavoro sicuri e gratificanti. Schawb ribadisce il suo ottimismo ponendo fiducia in un futuro in cui il talento sarà il fattore determinante della produzione più del capitale. Il talento dell’imprenditore di sè stesso, della creazione di milioni di gig worker che vivono di espedienti?
Come abbiamo già accennato, per Schawb il governo politico, sociale ed economico della cosiddetta quarta rivoluzione industriale, dovrà corrispondere al modello del capitalismo degli stakeholder ,e costituire una sinergia tra governo politico, grandi banche d’affari, le mega aziende tecnologiche e le piattaforme digitali, il tutto indirizzato a un bene collettivo sovranazionale. Il progresso tecnologico sarà il relais o mediatore fondamentale di questo processo , tanto dal lato dei privati cittadini, che dal lato dei governi politici/ capitalisti stakeholders. La prospettata auspicata crescita tecnologica della convergenza tra mondo fisico, digitale e biologico, consentirà ai cittadini di interagire sempre di più con i governi, esprimere le loro opinioni e in maniera coordinata eludere la supervisione delle autorità pubbliche .
Da parte loro i governi nazionali acquisiranno nuovi poteri tecnologici che aumenteranno il loro potere sulle popolazioni, tramite sistemi di sorveglianza pervasivi e il controllo sulle infrastrutture digitali. Schawb prefigurerebbe così un potere esercitato dallo Stato tramite la tecnologia, in sinergia con i giganti aziendali veri protagonisti della globalizzazione.
Sul futuro antropologico ed etico dell’umanità l’ingegnere Schawb mantiene un atteggiamento dualistico, oscillante tra entusiasmo e preoccupazione per la rivoluzione tecnologica in atto. Da una parte è ultraottimista ed entusiasta all’idea del futuro tecnologico per l’umanità , nella prospettiva che la tecnologia possa aumentare e migliorare la natura umana, la nostra identità personale. Accanto ad affermazioni quali quelle per cui la tecnologia sta già cambiando le condizioni generali della nostra salute fisica , ( le recenti vicende della crisi sanitaria e sua terapia di massa susciterebbero interrogativi inquietanti al merito) , Schawb sembra assumere un atteggiamento più riflessivo là dove si chiede se l’inesorabile integrazione della tecnologia nelle nostre vite possa diminuire la nostra capacità di riflettere, di comunicare, di avere compassione e cooperazione.
Si prefigura una mente che non mette mai «in stand by» la connessione perenne con le proceduralità cibernetiche o automatizzate , e non preserva la sua capacità di concentrarsi in modo prolungato, di sviluppare il pensiero lento, contrapposto a quello reattivo , pulsionale e istintivo, ( l’etimo della parola «pensare» indica appunto la capacità umana di tenere in sospeso nel giudizio, del soppesare e valutare con attenzione, prima di decidere su un oggetto del pensiero o fenomeno della percezione).
La responsabilità di questa potenziale minaccia di mutazione antropologica , di questa possibile deriva «transumanista», viene da Schawb delegata all’individuo che sarebbe, a suo dire, il vero artefice del futuro e della direzione del progresso tecnologico. Sarebbe lui il responsabile della direzione che prenderà la quarta rivoluzione industriale.
Che l’individuo possa da solo contrastare lo strapotere degli enti sovranazionali economici, tecnologici e mediatici, sembra del tutto irrealistico. Poi lo stesso Schawb oscilla nel valutare la potenziale robotizzazione dell’umanità , concependola anche come una possibilità di elevazione della natura umana stessa verso una nuova coscienza collettiva e morale, diventando un completamento alle parti migliori della natura umana. Si tratteggia qui quella che è diventata , nel corso di alcuni decenni, la dottrina del «transumanesimo».
Il «Transumanesimo» che si presenta oggi come un movimento ben strutturato, ha alle sue origini una dottrina che annuncia la costituzione di «un uomo nuovo» , un essere umano «aumentato» nelle sue capacità fisiche , intellettuali e creative, capace di debellare le malattie e aspirare all’immortalità. Il termine fu originariamente coniato dal biologo evoluzionista e genetista Julian Huxley( fratello del più celebre Aldous, autore del romanzo distopico The New Brave World) ma il movimento transumanista prende le sue prime mosse dall’incontro tra la nascente ricerca informatica e i movimenti new age e Hippie negli anni sessanta del novecento.
Alcuni giovani, contrari alla guerra in Vietnam e ossessionati dalla minaccia della guerra atomica, forgiano una nuova ideologia che affida alle ricerche della scienza dell’intelligenza artificiale una soluzione futura delle proprie angosce.
Il movimento si afferma anche in Europa a partire dagli anni duemila e in questi ultimi anni è divento oggetto di vivace dibattito. In generale i suoi seguaci confidano che il transumanesimo si affermerà nel momento in cui gli enti umani diventeranno compatibili con l’hardware del computer, e la coscienza individuale potrà essere trasferita o simulata su un supporto digitale; l’ingegneria genetica, la crionica( ibernazione dei cadaveri) o i ritrovati tecnologici aumenteranno le potenzialità umane.
Come profeta o maitre a pensè del transumanesimo si pone Ray Kurzweil , già ingegnere capo di Google , nonchè autore di diversi saggi sul tema : L’era delle macchine intelligenti; Un viaggio fantastico: vivete a lungo per vivere per sempre; La singolarità è vicina; Come creare una mente.
Kurzweil è considerato dal mainstream un genio e non a caso Bill Gates lo ha definito : ««la migliore persona che conosca nel predire il futuro dell’intelligenza artificiale».
Effettivamente Weil aveva già profetizzato il WI FI, la memoria flash, le transazioni finanziarie al PC e i traduttori on line, quando sembravano mere speculazioni . Ora profetizza che entro il 2030 i software diventeranno parte del nostro corpo e una zona della nostra corteggia cerebrale sarà connessa al cloud( archiviazione di dati nella rete informatica) . In futuro la nostra memoria secondo questo ideale potrebbe essere potenziata e permetterci di apprendere più rapidamente.
Si ipotizza che una volta che la nostra attività cerebrale possa venire trasferita in un chip e traslocata in un robot, l’uomo,liberato dal suo vincolo corporeo( immagine che ricorda le grandi teste senza corpo nel mondo della luna della trasposizione cinematografica di Terry Gillian delle Avventure del barone di Munchausen) potrà raggiungere la tanta agognata eternità dell’anima.
Kurzweil pone come meta decisiva del transumanesimo la cosiddetta «singolarità tecnologica», ossia il momento in cui le macchine uguaglieranno la nostra intelligenza e ne diverranno indipendenti. Allora l’intelligenza umana potrà ibridarsi con quella delle macchine e l’essere umano, non più differenziato in base al suo genere , non avrà più nulla a temere. Secondo Kurzweil questo stato verrà conquistato entro il 2045 nel momento in cui «il progresso tecnologico raggiungerà una velocità tale da cambiare radicalmente il mondo per come lo conosciamo».
Non una rivalità, dunque tra intelligenza artificiale e quella umana, bensì una loro fusione , fusione che potrà spandere la nostra intelligenza di miliardi di volte.
Allo scopo di realizzare la «singolarità tecnologica », Kurzweil ha fondato un Campus universitario negli Stati Uniti con il sostegno di Larry Page , magnate cofondatore di Google; in questo Campus si tengono seminari, workshop e brainstorming, indirizzati a creare una nuova generazione di leaders che siano compenetrati da tale visione del futuro.
Veramente la «singolarità tecnologica » transumana sarà la metà del nostro futuro a breve/ medio termine? Esiste autenticamente questa possibilità ? La risposta a questa domanda è importante perchè insieme ad essa si collega l’eventuale «desiderabilità » di una tale nuova condizione esistenziale.
Il «cognitivismo», la teoria generale della conoscenza o la filosofia su cui il transumanesimo poggia le sue previsioni e aspettative, si fonda sull’alleanza e convergenza tra la neuroscienza in biologia ( «scienza del cervello») e l’intelligenza artificiale ( cibernetica) ,
La neuroscienza , da parte sua, nell’ultimo mezzo secolo circa, ha approfondito lo studio del sistema nervoso umano analizzando la trasmissione elettrochimica tra i singoli neuroni ( «neurotrasmissione») nei loro interstizi chiamati «sinapsi». I neuroscienziati hanno potuto usufruire degli enormi progressi della biologia molecolare, dell’elettrofisiologia, della progressiva «mappatura» del Dna interno alla singola cellula o «gene» umano ( il Genoma ) da parte della genetica, per giungere a studiare ulteriormente il sistema nervoso in tutti i suoi aspetti: nella sua struttura, nel suo funzionamento, nel suo sviluppo, nel suo cattivo funzionamento.
Si è determinato che i singoli neuroni sono cellule specializzate nella comunicazione con altri neuroni e altri tipi di cellule tramite le sinapsi; si costituisce così un «circuito» di segnali elettrochimici o elettrici tra le differenti cellule. Altri strumenti di trasmissione elettrica utilizzati dai singoli neuroni per comunicare con parti distanti del corpo dell’individuo (diremmo, nei mammiferi e organismi vertebrati in genere, dal «sistema nervoso centrale» a quello «periferico») sono gli «assoni», i lunghi filamenti di protoplasma che influenzano l’attività di altri neuroni, muscoli, o ghiandole nei loro punti terminali. Il sistema nervoso umano più complesso risulta essere quello centrale localizzato nel cervello, contenente 100 miliardi di neuroni , 100.000 miliardi di sinapsi, con migliaia di sottostrutture collegate in reti sinaptiche.
La maggioranza dei 25.000 «Geni» ( principi originari) appartenenti al Genoma umano (la mappatura del Dna – acido desossiribonucleico – presente in ogni singola cellula) è prodotta nel cervello. Il sistema nervoso centrale a sua volta presenta più livelli di complessità, a cominciare dal livello molecolare e cellulare, per giungere ai superiori livelli sistemici, in cui i circuiti neuronali producono funzioni, quali i riflessi , l’integrazione dei sensi, la coordinazione motoria, i ritmi circadiani, le risposte emotive ( passioni e affetti) , l’apprendimento( l’intellezione) e la memoria, ossia i livelli propriamente cognitivi.
Però le ricerche neurologiche incontrano i loro limiti «interni» nella constatazione, che il modo in cui l’insieme delle sterminate reti neurali del cervello produca conoscenze e comportamenti complessi, sfugge ancora quasi completamente alla comprensione scientifica.
E qui si affaccia immediatamente anche il limite «esterno» alla neuroscienza . I processi di pensiero di cui noi attribuiamo la titolarità al soggetto, sono in massima parte da attribuire al rapporto con l’ambiente, alle relazioni interindividuali, al vissuto personale e alle acquisizioni socioculturali, un complesso di processi non predeterminabile dalla struttura di base del cervello, dalla «cantina» della mente, per così dire( dai neuroni, geni, sinapsi e assoni) : una natura totalmente «sovrastrutturale».
Dunque il cotè biologico, , biotecnologico o genetico della cosiddetta elevazione delle neuroscienze alla reduplicazione tecnologica della «singolarità » o soggettività umana , preconizzato e auspicato dai transumanisti , manifesta qui delle acute contraddizioni e crepe.
Analogo discorso si può sviluppare per la reduplicazione cibernetica della singolarità umana. Fin dalle sue origini , nel celebre esperimento di Turing, l’intelligenza artificiale ha cercato di dimostrare la sua capacità di riprodurre, «in condizioni di laboratorio », l’intelligenza naturale umana. In questa ottica il processo di conoscenza e apprendimento dell’uomo, della mente umana in genere, è stato considerato quale un sistema di elaborazione d’informazioni. Su questa base l’intelligenza artificiale si è impegnata a sviluppare modelli di elaborazione dell’informazione controllabili tramite esperimento.
Si sono posti singoli soggetti umani nelle condizioni di dover svolgere determinati compiti di apprendimento e di conoscenza, vincolando a queste condizioni la costruzione dei modelli cognitivi e dei programmi dell’intelligenza artificiale.
Ne sono derivati dei modelli computazionali realistici capaci di rappresentare la peculiarità o specificità dei processi di cognizione umana che non sempre sono riconducibili alle regole della teoria logica. Il ragionamento umano nella vita quotidiana si dimostra assai più flessibile e insieme più complesso di quello che suppone la logica formale o matematizzata.
Risoluzioni di problemi , rappresentazioni di attività mentali di base per l’apprendimento e i procedimenti induttivi o inferenze, costituiscono le simulazioni principali di tali modelli computazionali.
Tra i maggiori modelli e teorie computazionali più aderenti ai comuni processi di apprendimento di conoscenze umane, emerge sopratutto la teoria dei frames di Minsky, e come suo ulteriore sviluppo la teoria degli script. I frames( « schemi o scenari») sono strutture-dati presenti nella memoria, un insieme di conoscenze implicite con cui vengono rappresentate situazioni o eventi stereotipi( una tipica riunione di lavoro o una festa tipo, un ambiente di abitazione , etc.).
Ciascun frame costituisce un insieme di aspettative e presupposizioni (attivate da opportune esperienze percettive come la visione di un ambiente, la lettura di un testo, la narrazione di una serie di eventi) che possono essere soddisfatte o deluse: il veloce recupero dalla memoria a lungo termine dei frames pertinenti, la capacità di attivare più frames e subframes per comprendere situazioni particolarmente complesse, di trovare plausibili giustificazioni per le situazioni non corrispondenti alle aspettative dei frames attivati o di integrare, modificare o sostituire quelli che non si adattano alle situazioni esperite, costituiscono in larga misura caratteristiche tipiche dell’intelligenza e della comprensione umane, di cui si deve tener conto nella realizzazione di programmi che intendano adeguatamente simularle.
Ulteriore sviluppo della teoria dei frames è la teoria dello script; lo script ha lo scopo di rappresentare, sotto forma di algoritmo, in modo da fornire istruzioni pertinenti a un calcolatore, l’insieme delle conoscenze implicite e delle aspettative che si suppone permettano a un essere umano di comprendere, attraverso adeguate deduzioni, sequenze di eventi che sono ricostruibili da narrazioni coerenti ( ad es. andare al ristorante , chiamare il cameriere, ordinare, etc.) .
Analogamente al discorso per lo sviluppo della biogenetica, si può formulare un giudizio di massima per l ‘evoluzione della cibernetica. Sono ormai innumerevoli i campi di applicazione dei modelli computazionali che si mostrano, rispetto alla mente umana, macchine assai più efficienti nel fornire ed elaborare dati e informazioni, sia per esaustività che per celerità, nonché nel costituire «centraline di comando» per vari sistemi di automazione: negli ultimi venticinque anni un autentico «universo parallelo», virtuale e cibernetico, è stato generato. Eppure , ciò nonostante, i frames( «schemi») e script( «algoritmi») cibernetici, nel loro intento di creare un modello artificiale della mente, non sono in grado di replicare in modo formalizzato e algoritmico il costitutivo radicamento dell’esperienza del soggetto nella sua corporeità così come in contesti culturali che sono alla base di pratiche, conoscenze implicite, attività cognitive e di comprensione, quel complesso che il filosofo Husserl chiamava «il mondo della vita».
Il modello filosofico del «cognitivismo» che riassume la weltanschaung di biogenetica e cibernetica , e insegue l’uguaglianza con la mente umana e di conseguenza la sua sostituibilità , incappa nella sua contraddizione epistemologica o di fondazione: nel suo allestire epistemologicamente i campi delle sue discipline, mediante statuti teorici, strumenti tecnologici e procedure e verifiche sperimentali, per ciò stesso determina e delimita necessariamente il proprio oggetto di ricerca ( il sistema neurale o l’intelligenza artificiale) escludendo da esso ogni altro campo, tanto quello del mondo della vita interiore del soggetto che il suo mondo storico e sociale.
Ritenere che le scienze cognitive superino le loro stesse condizioni di esistenza e convergano verso un nuovo modello di natura umana, un nuovo «umanesimo»( nel nostro caso il «transumanesimo»), non fa altro che riprodurre una «metafisica della scienza», una nuova forma di fede nella scienza che si sostituisce e surroga alle tradizionali fedi religiose, uno «scientismo».
Nel momento in cui la dottrina del transumanesimo persegue come sua meta ideale il raggiungimento della «singolarità tecnologica» ,ossia la liberazione dell’uomo dal suo vincolo corporeo, nelle parole di Kurzweil , egli raggiungerà , scientificamente e tecnologicamente, l’agognata immortalità dell’anima promessa dalle religioni della trascendenza, religioni che hanno contenuto e dato un senso all’atavica paura della malattia e della morte dell’uomo per millenni.
Dopo che l’Occidente capitalistico e scientistico ha spacciato l’annientamento( il nichilismo) del senso della vita di civiltà millenarie( la civiltà greco-romana, e la civiltà cristiana) per una nuova emancipazione dell’essere umano, una nuova dotazione di senso e libertà alla sua vita, ecco che il modello dell’uomo -macchina sul piano tecnologico, e dell’uomo-merce sul piano economico e sociale, si propongono, a livello culturale e dottrinario, come il raggiungimento dell’agognata immortalità.
Ma abbiamo visto che la singolarità tecnologica non è nè può essere l’elevazione della macchina biogenetica o cibernetica al livello della costitutiva essenza dell’uomo, ma semmai al contrario l’abbassamento della dimensione più propria e unica dell’essere umano– la sua soggettività autocosciente( il filosofico «conosci te stesso») , la sua natura di essere comunitario( zoon politikon) , la sua persona «maschera» della sua spiritualità interiore– alla dimensione di uomo macchina e uomo merce,in una simbiosi perfetta, come compimento finale del totalitarismo nichilista del neoliberismo.
L’uomo-macchina è il perfetto compimento del nichilismo , come perdita di coscienza della propria natura limitata e mortale, come limite costitutivo e formativo dell’autocoscienza.
La mente intesa come «macchina pulsionale» reagisce agli impulsi ricevuti dagli apparati e dalle procedure tecniche, è portata a vivere in un eterno presente di input e reazioni immediate e non sui tempi medio/ lunghi di capacità di riflessione , che richiede ad es. una lettura o scrittura di un testo articolato o un dialogo orale complesso o un documento audiovisivo elaborato, una predisposizione riflessiva e contemplativa che porterebbe ad« avere cura» del proprio oggetto di riflessione . L’uomo macchina così inteso è perfettamente corrispondente tanto al modello cibernetico e robotico, che al modello biologico, alla manipolazione del DNA delle cellule umane da parte di biotecnologie.
L’uomo-merce da parte sua è il perfetto compimento del totalitarismo, come già avevano intuito e scorto i filosofi della Scuola di Francoforte : Max Horkheimer, Theodor Adorno ed Herbert Marcuse. L’uomo – merce è predisporre a fare di sè come degli altri un mero strumento per un fine altro da sè, strumento che può corrispondere tanto all’ingranaggio funzionale all’efficienza di una macchina quanto alla merce indifferentemente manipolabile e scambiabile, vendibile e consumabile sul« libero mercato dell’offerta e della domanda». L’uomo-merce è , direbbe Adorno, il «vivere ridotti a un mero esemplare della propria specie, indifferente, intercambiabile ,fungibile e sostituibile con chiunque altro, e come tale manipolabile e sacrificabile nella più assoluta indifferenza».
Tutto questo è perfettamente corrispondente alla meta a cui i potentati economici , tecnologici e mediatici, vogliono ricondurre l’essenza della persona umana, la realizzazione della sua mutazione antropologica in «singolarità tecnologica» sia cibernetica che biogenetica. Questo processo/ progetto ha però come sua base costitutiva la riduzione culturale e socioeconomica dell’essere umano da soggetto autocosciente, da «animale comunitario», da «persona» maschera della propria spiritualità, da «cittadino», a mero «individuo», portatore di pulsioni e passioni da appagare, tra cui spiccano le passioni della paura , dell’aggressività e del possesso, un modello come abbiamo visto perfettamente funzionale al progetto transumanista, il modello del homo homini lupus, del bellum omnium contra omnia dell’economia neoliberista.
In una ricognizione della storia plurisecolare della modernità occidentale abbiamo individuato nel ventre oscuro di questo processo l’origine di questa meta minacciosa e inquietante, come se la sua traiettoria di allora trovasse oggi la chiusura del circolo.
Abbiamo incontrato lungo il nostro cammino i mentori e testimoni critici del processo della modernità ottocentesca in fieri, nel corso del suo divenire: Hegel, Marx, Max Weber.
Ognuno di costoro , da una prospettiva differente, ha individuato la minaccia che la società «liberale» borghese e capitalistica seguisse una traiettoria che non fosse affatto la realizzazione di una società democratica fondata su autentiche libertà individuali, su un’ autentica emancipazione del genere umano, ma al contrario l’attuazione di nuove e più potenti forme di schiavitù.
All’epoca tale processo economico, politico e sociale, conobbe i suoi ideologi e apologeti che svilupparono la dottrina che per prima ha manifestato questa inversione di rotta rispetto alle magnifiche e progressive sorti del liberalismo che si annunciavano ancora nell’età dei lumi, la cosiddetta filosofia positivista o del positivismo, sviluppatesi a partire dagli anni trenta dell’ottocento.
Il positivismo, in particolare con Auguste Comte , con il suo Sistema del pensiero positivo, sviluppa l’opposizione alla tradizione centrale del pensiero filosofico , alla metafisica idealistica e razionalistica che aveva costituito, sia pure con le sue astrazioni e mistificazioni , la stella polare della riflessione filosofica dell’occidente da Socrate a Hegel e poi ancora a Karl Marx. Questa stella polare nell’autocorrezione che essa conosce lungo il suo cammino dall’idealismo platonico al soggettivismo Cartesiano / kantiano( l’Io penso trascendentale) e infine all’idealismo dialettico o oggettivo ( storicista) di Hegel , è la« ragione trascendentale», in grado di giudicare se i dati di fatto , i dati positivi dell’esperienza data, potessero rispondere oppure no a un criterio di verità, di bene , di bellezza, cioè essere corrispondenti a un modello di conoscenza, di bene e libertà, di bellezza e libera espressività.
Questo ruolo variamente inteso dagli idealisti soggettivisti, dall’ idealista oggettivo Hegel e infine dal materialista storico Marx, fu attaccato alla radice dal pensiero positivista. In fondo la stessa definizione di filosofia positivista è di per sè un ossimoro; da Socrate a Hegel e Marx la filosofia razionalista e idealista si è costruita come pensiero negativo, è stata negazione dialettica della realtà immediata e apparente, dell’impressione opinativa o doxastica della realtà come verità . E’ stato pensiero critico. La filosofia positiva in tal senso è antifilosofica, poiché essa vuole riaffermare sopra questa ragione giudicante l’autorità dei fatti , l’autorità dell’esperienza. Per Comte gli elementi positivi della realtà sono i dati di fatto osservabili, e il modello generale e unico della conoscenza deve essere quello delle leggi naturali e necessarie della fisica.
Rispetto allo status quo politico, economico e sociale, la filosofia positiva si presentava come la vera fonte di salvezza ideologica. La filosofia positiva in generale doveva superare la filosofia negativa nel suo complesso e dunque abolire ogni subordinazione della realtà alla ragione trascendentale e ridare ai fatti la dignità della positività.
Inoltre il positivismo doveva insegnare agli uomini a studiare i fenomeni del loro mondo come oggetti neutrali retti da leggi universalmente valide. Infatti pur ispirandosi ai modelli delle scienze naturali, in grande sviluppo in quelle temperie storiche , il positivismo voleva essere un modello di pensiero da applicare ai fenomeni del mondo storico, del mondo umano, cioè come filosofia politica e sociale.
Hegel aveva considerato la famiglia, la società e lo Stato come opere storiche dell’uomo e le aveva interpretate nell’ottica di una possibile libertà e verità razionali, la libertà e la verità dello «spirito oggettivo», il soggetto di una volontà razionale. Il positivismo al contrario studiava la realtà sociale dal punto di vista naturalistico della necessità oggettiva.
Anche nella politica e nella società l’indipendenza dei dati di fatto doveva essere mantenuta e la ragione doveva essere diretta verso l’accettazione passiva di tali dati, e di conseguenza limitarsi ad essere una ragione formale o procedurale, una ragione strumentale e non finalistica o ideale. Il rifiuto positivistico della metafisica si accompagna con il rifiuto dell’idea secondo cui l’uomo può mutare e riorganizzare le sue istituzioni sociali sulla base della sua volontà razionale.
Hegel aveva «subodorato», intuito il pericolo dell’avvento di un tale modello positivistico di ragione, a cui contrapponeva il suo modello di ragione dialettica, una ragione per cui i dati di fatto, che formano lo stato presente delle cose, se considerati da un punto di vista razionale e idealistico, diventano negativi, limitativi, transitori. Diventano forme caduche all’interno di un processo globale che porta al di là di esse. I dati di fatto oggettivi dell’esperienza, per la ragion dialettica erano sì elementi necessari della conoscenza, ma di per sé non sufficienti.
La dialettica hegeliana era il modello di ogni negazione tendente a demolire la realtà data, poichè in essa ogni forma , appena esistente, si trasforma nel suo opposto e raggiunge il suo vero contenuto solo come sintesi di tale processo dialettico ( contraddittorio) .
Marx da parte sua aveva messo a nudo che il sistema economico del capitalismo, già nel processo di accumulazione originaria del capitale, il «protocapitalismo», fosse inficiato da quelle posizioni di forza , dominio e privilegio che pochi grandi attori dell’economia erano in grado d’imporre alla stragrande maggioranza della popolazione, e non fosse stata l’epopea eroica del self made man. Di conseguenza i dati di fatto oggettivi dell’economia, della politica e della società del tempo non potevano essere assunti come «neutrali», oggettive, razionali e immutabili leggi «fisiche», naturali, della società moderna, come pretendeva l’apostolo del nuovo pensiero positivista Auguste Comte.
Marx , dalla prospettiva della sua teoria dialettica che vedeva la società e la politica dominate dall’economia capitalistica, denunciava semmai quelle leggi come oggettivamente irrazionali, distruttive e autodistruttive,proprio se assunte come leggi naturali, immutabili. Per Marx una società e una politica armoniose e progressiste potevano darsi solo con il superamento di tale stato di cose in una società senza classi e senza più proprietà privata dei mezzi di produzione.
Infine Max Weber , a cavallo tra ottocento e novecento, vedeva nella società liberal-capitalistica l’avvento del nichilismo,ossia la perdita di senso razionale della realtà e la perdita delle stesse libertà inizialmente postulate , sotto forma di una «gabbia d’acciaio » di un agire razionale strumentale, o detto in altre parole quella dialettica della ragione illuministica , ragione tecnologica, scientifica ed economica , che se non sottoposta a vaglio critico si rovescia in un nuovo mito che da emancipazione si volge in una nuova schiavitù, in una nuova idolatria ,i cui idoli sono il denaro, il potere e l’individuo.
Per Comte al contrario era pacifico che il processo sociale e politico è necessariamente soggetto a leggi fisiche invariabili, a un ordine naturale immutabile e imperativo per l’essere umano. Per Comte la rassegnazione individuale all’ordine sociale esistente deriverà necessariamente dall’accettazione dell’invariabilità delle leggi sociali considerate come «leggi fisiche della società». Il «dogma generale dell’invariabilità delle leggi fisiche » della società umana è per Comte il vero spirito del positivismo.
Per lui la teoria sociale va riportata a questo spirito affinché essa sia emancipata dalla teologia e dalla metafisica ed elevata alla condizione di scienza.
«La filosofia teologica e metafisica oggi non dominano se non nell’ambito dello studio della società. Esse devono essere bandite da questo loro ultimo rifugio. Ciò verrà fatto principalmente attraverso la fondamentale concezione secondo cui il movimento sociale è necessariamente soggetto a leggi fisiche invariabili , anzichè essere retto da un qualche tipo di volontà». Per Comte l’ordine intellettuale nella scienza ( l’universale metodo positivistico) e l’ordine nella società diventano tutt’uno.
Comte dichiara esplicitamente che la filosofia positiva sarà un arma del pensiero per combattere «la forza anarchica dei principi schiettamente rivoluzionari».
Il positivismo dovrà contribuire « alla trasformazione delle agitazioni politiche in una crociata filosofica che reprime le tendenze radicali di per sè incompatibili con ogni retta concezione della storia ». Il nuovo movimento filosofico insegnerà agli uomini che il loro ordine sociale è retto da leggi eterne che nessuno può violare senza essere punito. Queste leggi ci insegnano che tutte le forme di governo sono provvisorie nel senso che si adatteranno senza difficoltà all’inevitabile progresso dell’umanità. Ciò renderà insensato qualsiasi tentativo di rivoluzione politica. La politica positiva influenzerà il popolo , insegnandogli il sentimento che nessun mutamento è di importanza reale.
Gli sforzi e i progressi o miglioramenti sociali necessari dovranno, dal piano squisitamente politico- economico , trasferirsi sul piano di un rinnovamento morale. Gli obbiettivi puramente materiali della dottrina sociale non dovranno più, dunque, avere quel peso preponderante che manifestano al presente, ma dovranno essere sostituiti da interessi antimaterialistici o morali. Ciò richiede un mutamento nelle opinioni e nella morale piuttosto che nelle istituzioni. Così la nuova scienza sociale di Comte, la sua sociologia mostra interessi molto più profondamente antimaterialistici dell’idealismo di Hegel.
«Le principali difficoltà sociali oggi sono essenzialmente non politiche ma morali».
La cause de l’ordre diventa un postulato per la filosofia positiva di Comte , che secondo lui è «destinata non a distruggere ma a organizzare» e che «non pronuncerà mai una negazione assoluta».
Quel forte legame che era implicito nel pensiero positivistico tra principi «d’ordine » sociali (ossia un struttura gerarchica e autoritaria della politica e della società)e principi di metodo scientifico( il dominio dei dati di fatto oggettivi che riducono l’attività razionale ad essere semplice ancella, servitrice , ossia strumento passivo nelle mani dei poteri economici, tecnologici e culturali dominanti, e non ragione riflessiva e critica) e che preludeva alla società attuale, erano ampiamente e apertamente dispiegati nella filosofia di Comte.
Questo forte legame rimarrà invece occultato nel corso successivo di tale filosofia.
Riassumendo i principi che rendevano la filosofia positiva il custode e il difensore dell’ordine esistente, vediamo dunque che: 1) il positivismo nega qualsiasi valore al modello metafisico ( filosofico tradizionale ) del pensiero in quanto ritiene che «l’immaginazione debba essere subordinata all’osservazione »e all’accettazione dei dati di fatto.
2) La concezione del progresso, «delle magnifiche e progressive sorti dell’umanità», implicito nella sociologia di Comte, progresso inteso come riforme e mutamenti, era parte del processo intrinseco all’ordine costituito, così che tale ordine progrediva armoniosamente verso uno stadio superiore, senza dover essere rovesciato o rivoluzionato.
3) Comte poteva concepire il progresso storico in tali termini, poichè lo vedeva suddiviso in diversi stadi storici di un movimento filosofico , piuttosto che di un processo sociale .
I tre stadi osservati da Comte sono i seguenti: lo «stadio dei principi teologici»; segue poi lo «stadio dei principi metafisici»; infine giunge lo «stadio dei principi positivi»( scientifici).
4) Di conseguenza la priorità assoluta dell’osservazione sulla contemplazione riflessiva o pensante diventa difesa dell’ordine costituito anzichè il suo rovesciamento; significa autorità delle leggi naturali anzichè libera azione , unione anzichè disordine. L’idea dell’ordine diventa così un principio totalitario sia nel campo sociale che in quello della metodologia scientifica.
Sul piano metodologico Comte esalta l’idea di una scienza unica; egli intende fondare la sua filosofia su un sistema di «principi universalmente riconosciuti», la cui legittimazione derivasse dalla libera discussione e dal «libero consenso del pubblico», ma un pubblico assai ristretto. ossia un gruppo di scienziati che abbiano le necessarie conoscenze e competenze specifiche.
La natura complessa dei problemi sociali richiede che la loro risoluzione sia delegata a «una ristretta élite d’ intellettuali».
Le questioni decisive della vita, che dovrebbero competere alle lotte sociali, vengono riservate al campo di studio di una scienza specializzata. La discussione interna a un gruppo di scienziati su tali questioni , porterà prima o poi a «uno stato permanente e definito di unità intellettuale».
Sarà unicamente necessario trovare un unico schema ben ordinato, un unico metodo fondamentale per tutte le scienze e tutti i loro concetti fondamentali, per poter infine creare «una sequenza razionale di leggi uniformi ».
Le leggi positivistiche , ordinate e coerentizzate, a differenza delle leggi dialettiche, sono essenzialmente affermative e costituiscono un ordine stabile. Al contrario le leggi dialettiche sono essenzialmente negative ( critiche) e tendono a demolire la stabilità dell’ordine.
Le prime considerano la società un insieme naturalmente armonioso, le seconde un sistema di antagonismi. A distanza di quasi due secoli quali delle due concezioni si è dimostrata più veritiera , più corrispondente alla realtà storica?
Se trasponiamo i modelli positivistici di Comte all’attuale società neoliberista , alla sua weltanschaung che ci proietta verso il transumanesimo, vediamo che i lineamenti fondamentali di quella dottrina, che allora si proponevano solo in parte come realtà già date, e in buona parte come auspici per il futuro, trovano oggi una avanzata realizzazione e una compiuta complementare progettazione .
I modelli culturali oggi dominanti , ormai trasmessi in modo uniforme e unilaterale tanto dai media che dalle agenzie educative( la scuola), vanno incontro perfettamente a quella esigenza comtiana di una ragione soggettiva passiva e ancillare , non riflessiva, acritica, nei confronti dei «dati di fatto oggettivi» o presentati come tali: che siano modelli economici dalle presunte leggi naturali, eterne e immutabili; che siano modelli di comportamento individualistico, antagonistico e competitivo da accettare come un imperativo; che sia la necessità di accettare in maniera passiva, fatalistica e acritica presunte verità oggettive e scientifiche, veicolate per lo più dai media e avvallate dalle istituzioni politiche, di fenomeni di emergenza sanitaria (vedi pandemia Covid e annessi) , e così via.
In tutti questi casi la verità di ognuno dei fenomeni considerati viene demandata a quel gruppo di esperti, di «scienziati» ( che siano economisti, o medici specialisti, o giuristi, etc.) di quella «ristretta elites d’ intellettuali» a cui Comte riteneva dovesse essere delegata la competenza e il giudizio definitivo sul caso in questione; ciò naturalmente significa che i non competenti o non specialisti non hanno diritto di giudicare e prendere decisioni autonome su questioni letteralmente di vita o di morte ( economiche , sanitarie etc) per ognuno di noi.
Qui il soggetto autocosciente riflettente , critico, la persona, o il cittadino in qualità di essere comunitario, vengono totalmente messi da parte, a maggior ragione quando la verifica sperimentale sul campo delle analisi e ricerche, i loro risultati oggettivi vengono manipolati, distorti e occultati dai media e dalle istituzioni.
Il modello neoliberista economico, tecnologico, antropologico in atto sembra la piena realizzazione del progetto comtiano di un ordine costituito, politico , sociale e culturale che avrebbe dovuto contenere in sè e smorzare ogni opposizione o contestazione, a prescindere dalla sua fondatezza o meno; quell’ordine capace di progredire armoniosamente verso uno stadio superiore. Ma l’attuale ordine, di progresso armonioso non presenta nulla , anche volendo mascherare i fatti, proprio quei dati di fatto che in quanto tali richiedono al contrario propria la vigilanza critica di una ragione autonoma e riflettente.
La volontà razionale soggettiva, la propensione alla partecipazione attiva alla vita associata in quanto cittadini e non sudditi, la cura e la salvaguardia per la dimensione spirituale interiore della persona, attraverso un adeguata formazione intellettuale e culturale umanistica, sono tutti principi che possono essere messi in campo per contrastare la deriva totalitaria transumanista che vorrebbe condurre l’umanità verso le «agognate» mete dell’uomo macchina e dell’uomo merce.
Di conseguenza, al termine del nostro viaggio negli antefatti, nella genesi, e nel pieno sviluppo, in tutta la sua articolazione e prospettive future, del neoliberismo, possiamo sviluppare la seguente considerazione: prendere coscienza dello Zeit geist, dello «spirito del tempo» del totalitarismo nichilista neo liberista, non significa fare atto di rassegnazione o di resa a tale realtà, per quanto onnipotente e mostruosa essa possa apparire, ma al contrario è una presa d’atto finalizzata a raccogliere tutte le energie intellettuali , morali e politiche, l’eredità migliore della civiltà occidentale, per far sì che il nostro tempo non abbia l’ultima parola , per poter pronunciare il detto evangelico : non praevalebunt.
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