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di Riccardo Achilli 01 giugno 2015
Sarò breve, come disse Pipino da piccolo.
1) Evidentemente, siamo al punto di flesso del renzismo. Il Pd a trazione renziana è ancora molto forte nel Paese, ma non è più egemone. Anche laddove vince, perde una marea di voti. Anche dove vince in modo più facile: 400.000 voti persi rispetto alle Europee del 2014 ed alle Regionali del 2010 in Toscana, 150.000 voti persi in Puglia, fra i 150.000 ed i 300.000 in Campania, a seconda che si confronti con le Regionali o con le Europee, frai 28.000 ed i 100.000 voti persi in Umbria, ancora una volta a seconda del termine di confronto, fra i 40.000 ed i 175.000 nelle Marche, e così via. Il fattore nazionale di chi governa c’entra, ovviamente, checché ne dica Renzi (basterebbe stare più in contatto con il Paese reale per sentire quanta gente che ha votato Pd l’anno scorso non abbia ripetuto la stessa scelta oggi) però le elezioni regionali sono guidate anche, e soprattutto, da fattori locali, e ciò significa che è sul territorio che gli elettori si sentono molto meno rappresentati da un partito che ha tagliato i servizi pubblici essenziali, ha fatto carne di porco degli enti regionali in cui ha governato, non ha difeso le prerogative delle Regioni, si è chiuso in una ristretta cerchia di potere, lontano dagli elettori, e si è reso protagonista di gravissimi episodi di corruzione ed inquinamento. Serve a molto poco accusare Pastorino o la Bindi, questo risultato era nell’aria da settimane, l’estrema fatica con cui la Marini ha vinto dimostra che fa acqua l’intero Pd, non c’è dentro quel partito, se così lo possiamo chiamare, un’area esterna al renzismo che è in grado di cogliere la protesta e la disaffezione dei cittadini. Il renzismo è una miscela di velocità e potere. Se perde uno di questi due elementi, non potendo reggersi su un pensiero politico distintivo o su una grande forza finanziaria e mediatica autonoma (come Berlusconi) è destinato ad essere abbandonato dai suoi sponsor. Oggi l’immagine di Renzi esce irrimediabilmente invecchiata, ed era questo il fattore fondamentale del suo sistema di potere. Non ci sarà recupero, siamo all’inizio di una parabola discendente, per quanto lenta essa sia (e durerà perlomeno fino al 2018, perché con questi risultati il Nostro non andrà ad elezioni anticipate nel 2016);
2) la sinistra ottiene il minimo sindacale per poter essere considerata un oggetto sul quale lavorare: il 9% in Liguria (dove però c’era l’effetto-freschezza di una nuova lista unitaria) il 6% circa in Toscana, il 4% nelle Marche. Sotto questi valori, sarebbe stato meglio lasciar perdere. Ma sono valori del tutto insoddisfacenti, soprattutto in una ottica nazionale. Il drenaggio dei voti progressisti del Pd non l’ha favorita, se non in piccola parte. La maggior parte di questi voti è infatti finita nell’astensionismo. Inutile girarci intorno. Serve un ricambio di facce e classe dirigente, serve un lavoro molto serio su una organizzazione unitaria, e non una miriade di velleità, serve coerenza, perché se i risultati dignitosi di cui sopra sono stati ottenuti quando la sinistra correva da sola, quando essa si è alleata con il Pd, ha ottenuto cifre da prefisso telefonico. Emblematico il Veneto, dove SEL, alleata con l’impresentabile Moretti, ha preso l’1%. E’ una questione di organizzazione di partito: una linea politica nazionale deve trovare riscontro anche sul territorio, e ciò richiede un partito strutturato, non un magma liquido dove ogni federazione o circolo si fa i cazzi suoi. Non siamo nella ex Jugoslavia.
3) Soprattutto, servono idee. Ultima osservazione: il partito trasversale dell’euroscetticismo e del “dagli all’immigrato”, che va dalla Lega al M5S (che oramai, con il 18-20%, ha raggiunto uno zoccolo duro non più scalfibile verso il basso, e che quindi può essere solo contenuto, ma non distrutto, contrariamente a quanto tutti sperassimo) prende dal 21% della Puglia al 58% del Veneto, ed è primo in tre delle sette regioni andate al voto. Eidentemente, è più forte al Centro Nord, dove c’è il radicamento della Lega, e più debole al Sud, dove c’è anche una maggiore dipendenza dai fondi strutturali europei. Però, che ci piaccia o meno, i temi della ridiscussione dell’euro e di una maggiore regolamentazione dell’immigrazione stanno a cuore ai cittadini, valgono una valanga di voti, e, se non li si vuole lasciare a una destra tetragona e demagogica, vanno affrontati da sinistra. Con una più forte aggressività rispetto ai trattati europei, prevedendo anche un piano B di uscita, nel caso dell’euro, e sapendo coniugare molto meglio accoglienza, integrazione e rispetto della legalità e delle compatibilità di accoglienza, rispetto al tema degli immigrati. Non si può far finta che questi temi siano solo appannaggio della destra, non si può aver paura di affrontarli per timore di essere tacciati come nazionalisti o razzisti, rifugiandosi in vecchi schemi e vecchi riflessi. Non si sfonda così nel Paese. Occorre rimettere al centro il tema nazionale, di una sinsitra nazionale. La gente non è stupida all’infinito, alla favoletta della globalizzazione buona (cui appartiene anche la vicenda dell’europeismo dei buoni sentimenti) dove siamo tutti fratelli e cresciamo armoniosamente, a fronte degli Stati nazionali incubatori di satrapie medievali e nazionalistiche non ci crede più nessuno, tranne qualche fenomeno del socialismo europeo. Ed è proprio dai territori, che sono l’antidoto alla globalizzazione, viene questa protesta.