Anima e corpo

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Fausto Anderlini

di Fausto Anderlini – 10 luglio 2018

Sono anni, forse decenni che non faccio un check-up. Fumo come turco, mangio schifezze, igiene approssimativa, dormo male, ho smesso da tempo di fare sport, che peraltro non ho mai considerato come esercizio salutista, bensì come un surrogato del sesso (così preservandomi dall’attrazione fatale per i rapporti a rischio). In compenso non bevo, se non acqua minerale (rigorosamente gassata). Sicchè fisicamente potrei anche essere morto. Senza saperlo. Magari di idropisia.
In linea tipico ideale ci sono due modi di atteggiarsi rispetto al corpo, e quindi alla salute. Con grande cura e cautela (lo stile igienistico) e alla sperindio. Più in generale, per riprendere una dualità cara ai filosofi, c’è chi tiene l’anima concentrata sul corpo, come una macchina che sta sempre in garage, meglio se di un meccanico, e chi l’anima la fa svolazzare alla larga. E dico subito che personalmente diffido del motto mens sana in corpore sano. Infatti mi sembra fatta su misura per chi il cervello l’ha piccolo. Come il cazzo dei Body builder. Una scatoletta per idee scarse e ipercollaudate. Magari alimentate con estrogeni.
In gioventù, sui vent’anni (un’età critica) patii un esaurimento. Ero terrorizzato dall’idea di morir giovane senza avere combinato niente d’importante per essere ricordato. Ero schiacciato e scosso da paralizzanti fobie e ipocondrie. Stavo in perenne auscultazione del corpo. Attento a ogni sintomo. E mi trovavo spesso nell’ambulatorio del medico assieme a gente, più frequentemente anziani, ma anche nel fiore dell’età, che con intimo trasporto si scambiavano informazioni sui rispettivi acciacchi. Sempre gli stessi. Insomma un gruppo di abitué. Poi la depressione finì, per quanto sia rimasto d’indole malinconica, con le tipiche alternanze cicliche e bipolari. Passai cioè nella schiera di quelli che non si auscultano quasi per niente. Che dal medico non ci vanno mai e che se vedono un ospedale, anche da lontano, anzichè rassicurarsi gli viene l’angustia.
A questo proposito va detto che per quanto non rientri in nessuna delle categorie che elencherò, fra coloro che trascurano il corpo ci sono le persone più stravaganti. Il giocatore, il vizioso, l’esploratore, il libertino, il guerriero, l’innamorato, il bandito, il missionario, il puttaniere e l’asceta, nonché chi ha un’autentica vocazione profetica (o politica) (e son già un bel pezzo di umanità) se ne fottono della prevenzione. Se hanno cura del corpo è solo perchè serve ad altro scopo. Non c’è neanche bisogno di maquillage. Anzi più il corpo è trasandato e consumato da un’energia che lo trascende, meglio è. Può anche accadere che proprio perchè trascurato il corpo acquisti un’esistenza erogena. Si animizzi, sino a coincidere con una ipnotica bellezza che tanto affascina le persone bisognose di salvazione e taumaturgia. E’ la corporeità del carisma, che vale per il condottiero, il santo, come per un Don Giovanni.
Il corpo viene lasciato consumare nella noncuranza. Non solo l’anima se lo tira dietro come un inerte. Lo butta anche via. Lo lascia andare, magari percuotendolo o, all’opposto, facendolo affogare nei piaceri carnali. Questa rilassatezza provoca anche un certo compiacimento. Inoltre non è detto non abbia una qualche efficacia controintuitiva: paradossalmente la volontà di morire, e comunque il gusto di mettere a rischio la vita, a rovescio di Schopenauer, tiene vivo il corpo: la rex extensia. Ogni piacere è un consumo, un deperimento, un dispendio, un lusso. L’opposto del risparmio. Due diverse modalità tanatologiche di stare la mondo. Cioè di andare incontro alla morte. Per continenza o per eccesso.
Secondo me la malattia comincia quando nell’anima cessa l’impulso ad andarsene per suo conto, così che sgonfiandosi non riesce più a staccarsi dal corpo, e restandone prigioniera lo infetta. Insomma non è questione di manutenzione del corpo e di prevenzione dai pericoli che lo insidiano, ma di mancata leggerezza dell’anima. E’ Platone che parla del corpo come ‘tomba dell’anima’.
Seguendo questo ragionamento l’ossessione igienica è una depravazione dello spirito. Così c’è gente che per volere vivere a lungo, terrorizzata dal perire, decide di morire subito consegnandosi a una sorta di accanimento terapeutico su di sè. Affidandosi a qualche farmacopea, al fitness, a un trainer di fiducia o alla bio-alimentazione.
Lo so che legioni di filosofi, psicologi, preti, curatori, epidemiologi ed assicuratori, e tanti altri ancora hanno affrontato questo tema del cazzo con più solidi argomenti. Io intendevo solo dare la buonanotte con parole mie, un raccontino da camera da letto, o da anticamera di un ambulatorio. Chiamando gli amici e le amiche che non si sentono bene al mio capezzale. Infatti stasera mi sento molto debole. Devo avere focolai infettivi i più vari. E’ uno di quei momenti in cui bisognerebbe richiamare l’anima come anticorpo, prima di andare finalmente da un medico, ma a forza di lasciarla andare è andata smarrita chissà dove. Come il palloncino sfuggito dalle manine incaute del bambino. Sicchè non resta che piangere.

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