Fonte: Gustavo Piga
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di Gustavo Piga – 21 dicembre 2014
Giuseppe Guarino, avvocato da molti considerato “principe del foro amministrativo”, ex Ministro, ha 93 anni. Se li porta come un ragazzino. Il suo linguaggio sull’Europa è più fresco di quello di tanti giovani economisti che usano modelli con le derivate prime o che suggeriscono riforme del mercato del lavoro per risolvere la più grande crisi economica mai conosciuta in questi ultimi 100 anni dall’Europa.
E’ uscito a novembre (anche in lingua inglese) il suo secondo pamphlet “Saggio di verità sull’Unione e sull’euro” che fa seguito a “Un saggio di “verità” sull’Europa e sull’euro – 1.1.1999: il colpo di stato – 1.1.2014 rinascita!?”. Tutti i lavori sono leggibili su:
http://www.giuseppeguarino.it/pubblicazioni/
Lo ho letto cercando di capire quali sono gli assi portanti del suo ragionamento che lo spingono ad invocare per l’Europa “piazza pulita, dunque. E’ necessario. Coloro che hanno operato nel passato hanno gli occhi foderati delle antiche esperienze. Tenderebbero a difendere le passate condotte, per ragioni di principio e/o per tutelare posizioni acquisite. Prima sgombereranno il campo, meglio sarà” e che senza giri di parole identifica come i responsabili di questa crisi “Waigel e Ciampi (a metà degli anni 90 Ministri dell’Economia in Germania ed Italia, NdR) … privi di qualsiasi interesse personale … (ma) ciò non annulla le loro responsabilità. Anche i più nobili sentimenti non autorizzano uno scostamento dall’obbligo del più rigoroso rispetto delle norme da parte di titolari dei poteri vertice. Distinte responsabilità sono acrivibili ai titlari di funzioni di vertice nell’Unione e negli Stati membri. Sono tutti quelli che, a partire dalla proposta iniziale del regolamento 1466/97 e sino ad oggi, quali membri della Commissione europea, o titolari delle responsabilità di Ministro del Tesoro, delle Finanze, della Economia (e simili) negli Stati membri, avrebbero avuto obbligo di rispettare e far rispettare i Trattati … Nei confronti di tutti i soggetti elencati, a prescindere da quelli verso l’Unione, sono in ipotesi applicabili le sanzioni costituzionali, penali, civili, contabili previste dal diritto europeo e dai sistemi giuridici degli Stati membri. Tutti costoro, per dignità e per senso di del dovere dovrebbero farsi da parte. Come è accaduto molte volte nella storia, quando un medesimo tipo di responsabilità sia condiviso da molti, i loro nomi cadrebbero presto nell’oblio. Non vi sarebbero altre conseguenze”.
(le sottolineature sono dell’autore).
Parole forti. Ma di cosa si sarebbero macchiati in prima battuta Ciampi e Waigel secondo Guarino? Semplice, di avere, seppure forse benevolmente, tradito il Trattato europeo che sanciva l’obiettivo di crescere armonicamente in Europa verso uno sviluppo sostenibile anche utilizzando, quando necessarie, le leve del deficit e del debito a cui fanno ricorso tutte le grandi potenze nei momenti di difficoltà. Quel tradimento, avvenuto con il “predecessore” del Fiscal Compact odierno, prese la forma del regolamento 1466/97, una forma giuridica inferiore de ed in contraddizione con il Trattato, e dunque nulla giuridicamente, di strumento legislativo europeo.
Più noto come Patto di Stabilità e Crescita, il regolamento che porterà inesorabilmente l’Europa ad adottare il concetto di bilancio in pareggio, fu accettato dalla Germania di Waigel come “unica valida alternativa” all’esclusione dell’Italia dall’area euro, ottenendo “da tutti gli aspiranti alla zona euro l’accettazione preventiva all’assoggettamento in futuro a controlli di gestione massimamente severi” e dall’Italia di Ciampi, lui che era “pronto ad accettare ogni richiesta” essendo “pessimista sulle sorti dell’Italia” e che vedeva“nell’ingresso nell’euro l’unica via di salvezza”. “Quando il principio della parità di bilancio è accettato nel vertice dell’Ecofin a Dublino del dicembre del 1996, tutti si congratulano con Waigel. E’ stata una sua vittoria” .
Capiamo bene: “Secondo il Trattato gli Stati avrebbero avuto ciascuno una propria autonoma politica economica e l’Unione la avrebbe coordinata con direttive di massima. Lo scostamento operato con il reg. 1466/97 rispetto a tale disciplina rappresentò … un grande salto. Alle autonomia politiche economiche di ciascuno Stato membro, sarebbe subentrata la norma, rigida e ferma nel tempo, del bilancio a medio termine in attivo o in pareggio, imposta direttamente dal regolamento. Al coordinamento da effettuarsi da Commissione e Consiglio con direttive di massima e che si sarebbe concluso con “raccomandazioni”, atti non vincolanti (art. 189 Trattato), venivano sostituite decisioni prese dalla Commissione e dal Consiglio, con il concorso del Comitato economico e sociale, qualificate enfaticamente “inviti”, dotati in realtà di forza cogente”.
Guarino non è contro l’euro. Esplicitamente sostiene che l’euro in realtà non è mai esistito (“moneta mai nata”). Perché avviato all’interno di una costruzione fiscale nulla, quella del Patto di Stabilità e Crescita e del Fiscal Compact, perché successiva ed in contrasto con i Trattati da cui sostiene di discendere. Una sofisticata visione, degna dei migliori analisti recenti della crisi europea, premi Nobel come Sims e Sargent, che capiscono politica fiscale e politica monetaria come inscindibilmente legati ed inseparabili.
E questa costruzione fiscale responsabile per lo stato attuale delle cose, che lui chiama “automaton” – ed io chiamo “pilota automatico” – è così descritto: “l’organismo europeo si è robotizzato…Se sono stati commessi errori nella progettazione e se la macchina provoca danni, questi si produrranno sino a quando la macchina funzionerà. Funzionerà, continuando a produrre danni, fino a quando non imploda”.
Non ha fatto solo ciò: “ha soppresso, il regolamento, l’unico spazio di attività politica soggetto alla influenza del cittadini dei singoli stati membri, lo spazio delle politiche economiche a mezzo delle quali ciascun stato membro avrebbe potuto e dovuto concorrere al perseguimento dello sviluppo, nell’interesse proprio e dell’Unione … Soppresso ogni spazio di decisione politica, è scomparso anche il corrispondente spazio di espansione del principio democratico”.
Ovviamente il regolamento non è responsabile di nulla: la struttura di potere che lo ha generato lo è. Ma su questo Guarino, come detto sopra, concorda pienamente, chiedendo la rimozione di quella classe dirigente che ha messo in atto quello che lui chiama esplicitamente un “colpo di stato”. Avvenuto nel 1999 con la nascita del “falso euro”.
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E un colpo di stato è quello che auspicherebbe Guarino per uscire da questa crisi: “per derobotizzare il sistema occorrerebbe un colpo di Stato, diretto alla creazione di un nuovo regime (democratico) , o quanto meno per reintrodurre, sia pure tardivamente, quello soppresso nel 1999. Appare difficile che avvenga”. E allora?
In realtà, per quanto sia lucida l’analisi di Guarino sulle cause della crisi, è difficile commentare con la stessa convinzione le soluzioni da lui proposte. Nel suo primo pamphlet la soluzione pare essere una nuova valuta comune che nasca dalle ceneri del Fiscal Compact e del bilancio in pareggio, scelta da quei Paesi – in primis Francia e Italia – che condividano l’enfasi primaria sulla crescita anche nei momenti di difficoltà: se la Germania vorrà esserci, bene, altrimenti peggio per lei.
Per la sua enfasi sul ruolo del Fiscal Compact come causa della crisi e la sua raccomandazione di non temere eventuali abbandoni dalla moneta comune da parte della Germania mi sembra un combinato disposto delle teorie dei referendari anti Fiscal Compact e di quelle degli anti euro.
Nel secondo pamphlet, invece, Guarino pare raccomandare una nuova soluzione, un combinato disposto di una ottimistica maggiore democrazia grazie all’arrivo di nuove generazioni nel Parlamento europeo, e della proposta, come oggi raccomanda Scalfarinuovamente su Repubblica (citando le convinzioni al riguardo di Draghi) , di “fare un salto e puntare sull’Unione politica” come negli Stati Uniti, verso uno Stato federale che accentri la politica fiscale a Bruxelles.
Non potrei essere più in disaccordo con quest’ultima ricetta. E per dimostrarlo utilizzo le parole dello stesso Guarino del primo lavoro: “le idee frequentemente lanciate di federalismo fiscale, federalismo bancario, eurobond, sono ingannevoli. Se attuati in assenza di un potere politico paritario, quindi democratico, i progetti si risolverebbero nell’acquisizione di maggiori poteri da parte di qualcuno degli Stati maggiori a danno dei minori. Un risultato conseguito per vie traverse, nello stato attuale di confusione e di generale delusione non potrebbe che provocare maggiori danni”.
Detto perfettamente! Una considerazione che il Guarino odierno pare avere dimenticato ma la cui rilevanza sono certo anche oggi non gli sfugga: è ovvio che l’idea condivisa da Draghi e Scalfari di levare per sempre il potere politico fiscale ai singoli Stati membri, in assenza di una condivisione di un progetto solidale comune come quello a cui pensavano i padri nobili dell’Unione europea del dopoguerra, porterà ad un bilancio in pareggio (già lo deve essere oggi quello rachitico europeo) strettamente nelle mani dei tedeschi e dunque esplosivo per la sua incapacità di venire incontro – come invece può e deve fare – agli Stati in difficoltà, come avviene per i singoli stati degli Stati Uniti.
Di fatto, la scelta del referendum da noi sostenuto questa estate non è stata che il tentativo dal basso di fare quel qualcosa che Guarino sostiene dovrebbe fare qualsiasi governo sostenuto da forze giovani e non compromesse con gli errori del passato: si levi il pilota automatico del Fiscal Compact e si dichiari, come singoli Stati membri, la nullità di quelle firme apposte a regolamenti che non hanno la rilevanza del Trattato originario e sono violazioni di esso, come argomenta il giurista.
La speranza è che tale mossa coraggiosa possa forzare gli Stati come quello tedesco a svelare il proprio bluff e a modificare la propria politica in senso solidaristico senza dover forzare gli altri (o loro) ad uscire dall’euro. Rimane dunque, il ripudio del fiscal compact, una precondizione alle decisioni successive: sia a quella potenzialmente costosa dell’uscita dall’euro in assenza di solidarietà che a quello potenzialmente benefico del rafforzamento dell’Unione europea verso una Unione fiscale basata sulla solidarietà.